L'agricoltura è l'attività umana con il più grande impatto ambientale. Osservazioni pratiche di Saverio Petrilli

Questo articolo appartiene alla categoria: agricoltura biodinamica,Terroir

Sono molte le ragioni che possono spingere un agricoltore a tornare a metodi di coltivazione più naturali o ad utilizzare la biodinamica per la cura del proprio vigneto e/o della propria terra. Saverio Petrilli, di Tenuta di Valgiano, ci racconta alcune delle buone ragioni che ha trovato offrendo una sintesi dei problemi sollevati/creati dall'agricoltura "tecnologizzata" ma anche delle interessanti riflessioni.

 

Confrontando il mio modo attuale di gestire i vigneti con quello che adottavo prima, tutto mi sembra molto più semplice e fluido. Alcuni principi, lavorando intorno alle viti e osservandone il comportamento, sono entrati a far parte del mio stesso essere, del mio sentire e, non riesco a immaginare come si possa gestire un vigneto senza averli chiari in mente come una fotografia. Eppure, pochi anni orsono, questa fotografia non c’era, il mio lavoro procedeva ugualmente affrontando e risolvendo i problemi che io stesso causavo.

Desidero quindi condividere, per quanto la mia capacità sintetica lo consente, questa fotografia con coloro che cominciano lo stesso percorso e con quelli che sono già più avanti, nella convinzione che riflettendo continuamente su questi temi le radici delle viti, e le nostre di viticoltori, si approfondiscano nella terra traendone con l’uva e concentrandole nel vino, il carattere che li identifichi insieme a quelle proprietà alimentari, stimolanti ed inebrianti che hanno reso il vino così importante per la nostra civiltà.

L’immagine più importante riguarda il modo di nutrirsi delle viti. Esse come tutte le piante hanno due sistemi radicali: le radici primarie, grosse radici legnose che ancorano la pianta e garantiscono il trasporto dell’acqua. Le radici secondarie o peli radicali che esplorano il suolo diffusamente. Alcuni testi scientifici riportano l’incredibile lunghezza raggiunta dalle radici di una vite adulta, diverse migliaia di metri. Questa non è certo dovuta alle radici primarie che assommano a qualche decina di metri ma all’infinito numero di radichette secondarie che si sposano letteralmente ad ogni particella di suolo, leggendone le caratteristiche e trasferendole nell’uva.

Ora, quando somministriamo dei fertilizzanti, che sono Sali, essi si disciolgono nell’acqua del terreno e si hanno una serie di effetti sulla fisiologia della vite:

Una pianta che cresce in un terreno ricco di humus si nutre da sola di poche sostanze minerali, rese disponibili dai microrganismi e trattenute dall’humus. L’humus assorbe e trattiene anche l’acqua, rendendola disponibile nei momenti critici. Le piante sane e robuste farebbero tanta fotosintesi, fissando il carbonio atmosferico, producendo aromi e polifenoli a volontà e trasferendoli nell’uva. Il vino sarebbe piacevole e bevibile e non sarebbe così necessario ricorrere a costose tecnologie per costruire vini senza peraltro ricostruirne le proprietà alimentari. E badate bene che non sto qui contestando la tecnica e la tecnologia, ma l’uso senza consapevolezza che ne viene fatto.

E’ ottima cosa poter disporre in emergenza di tante soluzioni ai problemi che dobbiamo affrontare, diverso è quando queste alternative al processo naturale diventano indispensabili. Occorre allora rivedere il processo per scoprire dove sono gli errori. La tecnica e la tecnologia rappresentano sempre una buona tattica, mai una buona strategia.

* * *

Dello stesso autore vi invitiamo a leggere anche l'articolo Terroir - Step 2

 

Pubblicato su Sorgentedelvino.it il 9 febbraio 2009