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La Maliosa, biodiversità e tradizione nella Maremma Toscana

La Maliosa è un progetto agricolo complesso nel cuore della Maremma Toscana, fatto di vigne, oliveti e alveari, ma anche di rispetto per le tradizioni e salvaguardia della biodiversità.

Vigna e alveari alla Maliosa in Toscana

La nostra visita alla Fattoria La Maliosa attraversa boschi, prati e vigneti. Solo al termine di questa visita si arriva a una piccola cantina, molto discreta, ben attrezzata ma senza alcuna tecnologia. Questo è un altro bell’esempio di vini che nascono nella vigna e che quando sono in cantina devono solo essere accuditi, non fatti. La tenuta è nata da un progetto di Antonella Manuli, milanese naturalizzata in Maremma, che con questi terreni ha avuto un vero e proprio colpo di fulmine: vedendo la vigna più vecchia ha infatti subito pensato che questa terra avrebbe dovuto essere coltivata nel rispetto della sua natura. Ma la vera spinta della parte vitivinicola il progetto lo avuto con l’incontro tra Antonella e il piemontese Lorenzo Corino che oggi si prende cura delle vigne e della cantina.

La piccola vigna di meno di un ettaro che ha fatto nascere la passione e l’idea di fare vino su questi terreni ha poco più di 40 anni, ma è una vigna all’antica dove si mescolano le uve e le varietà. Da qui proviene il materiale con cui sono state fatte nel 2005 la seconda vigna e quest’anno altri tre ettari.

Qui si parla molto di biodiverità, questa parola tanto alla moda però qui assume il proprio senso: i 160 ettari che costituiscono la tenuta sono in larga parte boschi e prati, gli ulivi e le vigne ne occupano una piccola parte, le costruzioni rurali che di tanto in tanto si incontrano si amalgamano con il paesaggio risultando quasi impercettibili. I progetti futuri non escludono l’allevamento di maremmane.

La Maliosa è certificata biologica e biodinamica, in più si lavora cercando di cogliere dalla tradizione i suggerimenti (saggi) che l’esperienza contadina ha saputo costruire. Vigna, olivo e pascolo sono state le indicazioni della tradizione e sono state seguite.

Nella nostra visita troviamo le vigne pacciamate con l’erba, il lavoro che si sta facendo qui in questi anni è quello di ritrovare l’equilibrio dei terreni per avere fertilità. Mentre camminiamo tra i filari circondati dal bosco Corino si china a raccogliere la terra del sottobosco, ce la mostra, poi scosta l’erba ai piedi della vigna, prende un po’ di terra da lì, ce la mostra e sorride, ci siamo quasi: “Il foraggio utilizzato per le pacciamature deriva da ambienti biodinamici, è un costo perché invece di venderlo viene qui, ma credo sia importantissimo per restituire vita ai terreni che sono stati usati.”

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In fondo alla vigna si trovano gli alveari, buon segno. Ci arrampichiamo poi su una collina tondeggiante stando attenti a non pestare le barbatelle che a stento si vedono, siamo su uno dei nuovi impianti e infine arriviamo in un vigneto di nuovo impianto riccamente pacciamato dove un gruppo di uomini sta diserbando con la zappa.

Antonella Manuli: “Quando inizi un’attività agricola tutti ti dicono che devi comprare, comprare mezzi, comprare tutto, estirpare e fare impianti nuovi. Noi stiamo tornando indietro, non abbiamo comprato molti mezzi e non abbiamo estirpato niente, cerchiamo di fare molto a mano.”

E continua Lorenzo Corino: “Riteniamo che fare della viticoltura particolare sia un privilegio, il vino non è un alimento di prima necessità, ma per delle cose molto particolari bisogna anche fare delle scelte. Una di queste è la durata degli impianti, un’altra è la lavorazione non meccanica. Usiamo ancora le macchine, ma il programma è di usarle sempre di meno e usare invece gli animali e fare molto a mano, anche per aspetti di relazione con le persone.

Uno che va a lavorare in un’azienda agricola spesso cosa fa? Al mattino arriva, si mette la tuta e le cuffie, sale sul trattore e va tutto il giorno. Mi sembra di tornare alla Fiat degli anni Sessanta dove uno arriva in fabbrica, si mette le cuffie va fino a sera. Riteniamo che questo sia un modello che ha dei limiti, le persone che vedete lavorare lì, oggi sembrano dei carcerati, ma una persona che usa la zappa si ferma, guarda la natura, respira, si gira, parla con il suo compagno di lavoro, c’è – permettetemi – una diversa convivialità che noi dobbiamo di nuovo ricercare in campagna, altrimenti siamo degli isolati: c’è uno che corre sul trattore là, l’altro corre sul trattore lì… Abbiamo rotto un equilibrio spostandolo su un modello che l’agricoltura non può accettare: se si mette a piovere come fa? Va a casa, no? Riavvicinare l’uomo alla terra. Oltre ad essere un bravo meccanico l’agricoltore deve anche conoscere una pianta, anche questo significa riavvicinarci.

Non siamo matti totalmente, un po’ lo siamo: chi avrebbe messo una vigna qui? Chiaramente dobbiamo anche avere dei ricavi, ma per noi questa è anche una sfida al grande sfruttamento. Se osservate, prima si trebbiava a mano, poi sono arrivate le mietileghe, poi è entrata la mietitrebba, ma all’agricoltore cosa ne è venuto dal punto di vista di reddito? Hanno sfruttato il terreno e lui, ma lui non è più padrone del suo prodotto, questo è un altro aspetto economico molto importante. Lui è ora solo un operaio che lavora a casa sua per gli altri. Invece un agricoltore deve rimanere padrone della sua intelligenza e del suo prodotto, deve trovare delle linee di uscita da questa situazione. Deve rifiutarsi un po di stare a questo gioco, chi produce cereali è meno di un operaio, ma anche chi produce uva a volte. Torno al mio Piemonte dove ci sono quasi 10.000 ettari di moscato, ma una grande fetta di questa superficie sono operai a casa loro che vendono l’uva, ma chi fa il business è la grande cantina. Facciamo riflettere un pochino di economie e di come poter andare avanti.”

Piano piano escono i vini di questo nuovo corso, i primi assaggi sono stati molto interessanti, quest’anno nonostante l’annata difficile in gran parte dell’Italia arrivano i primi vini delle vigne nuove, li aspettiamo con pazienza ma con molta curiosità!

Scopri Fattoria la Maliosa e i suoi vini