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La Marca di San Michele, a scuola di pazienza nelle terre del Verdicchio

  la marca di san michele vista dei vigneti Ci troviamo nella regione delle Marche, precisamente a Cupramontana: 5.000 abitanti in un paese a 500 metri d’altezza. La terra del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Qui nel 2006 Daniela Quaresima, Alessandro e Beatrice Bonci sono tornati alla terra e alla vigna, che già era tradizione di famiglia, dopo percorsi professionali molto diversi. Così è nata la Marca di San Michele. Alessandro Bonci, vignaiolo e fotoreporter,inizia così il suo racconto di come è arrivato a fare il vino: Anche se nel mondo del vino ero nato e cresciuto non avevo mai avuto un particolare interesse. E’ stato solo stando lontano, lavorando come fotoreporter e frequentando il mondo delle agenzie di stampa e dei giornali che ho cominciato a percepire la campagna come il mio rifugio personale. Solo in campagna avevo una sensazione piena di libertà: stai nel silenzio assoluto, è una realtà completamente diversa che mi ha anche insegnato ad essere più paziente. Questo mi è tornato utile anche nel lavoro di fotogiornalismo che non ho abbandonato, ma solo messo da parte fino al momento in cui riuscirò a portare avanti entrambe le cose! Sorgentedelvino.it: Come racconteresti il territorio di Cupramontana? Alessandro Bonci: Cupramontana riproduce nel piccolo il microcosmo dell’intera regione: qui si trova davvero di tutto, il piccolo contadino che vende il vino solo in damigiana, i piccoli medi come noi e una grande cooperativa che vende milioni di bottiglie. Il Verdicchio ha qualsiasi fascia di prezzo e si trova in tutte le tipologie, da questo punto di vista è una zona ricca. Puoi incontrare il vignaiolo conservatore e il vignaiolo anarchico, il conservatore pensando di seguire la tradizione va avanti nelle sue abitudini che in realtà non sono più tradizionali, l’anarchico sperimenta anche sbagliando ma sperimenta e si trova spesso a suscitare le antipatie di chi da sempre lavora qui e pensa che voglia insegnare loro come si lavora la terra. Ma un punto di incontro può esserci, infatti capita che tu stia lavorando e il contadino a fianco si ferma, fa domande e osserva. A volte mi sento proprio fortunato: qui molte piccole aziende lavorano con l’agricoltura biologica. Molti sono giovani o persone che come noi sono tornate alla terra dopo anni trascorsi fuori, ma forse questo è normale: iniziando da zero non sei schiavo delle abitudini che si sono diffuse a partire dagli anni Ottanta. Noi nel vigneto non facciamo trattamenti di routine, ogni intervento che facciamo è mirato e la differenza si nota: noi iniziamo i lavori tardi e li finiamo prima perché non seguiamo i suggerimenti dei vari consorzi. Sorgentedelvino.it: La Marca di San Michele… 6 ettari di vigneto, due vini entrambi a base di Verdicchio, sono vigneti che avete trovato marcadisanmichele-2o che avete deciso di impiantare? Tutti i nostri vigneti si trovano nella Contrada di San Michele, in zona si dice che abbia sempre dato grandi vini sia bianchi che rossi. Due ettari di Verdicchio hanno 10 anni, altri due ettari e mezzo sono stati impiantati nel 2005, ora abbiamo finito di impiantare un ettaro e mezzo di Montepulciano. Siamo cresciuti con il Verdicchio, c’è un legame storico territoriale, il concetto di vino per noi è bianco, è il verdicchio, con una gradazione abbastanza elevata caratteristica che scalza un po gli altri vini bianchi. A noi sta bene così. Come vitigno autoctono ci piace e non vorremmo fare niente di diverso, l’unico desiderio sarebbe di riuscire ad abbassare un po’ le gradazioni anche se in paese sarebbe un cambiamento poco popolare! Il Montepulciano lo abbiamo scelto perché è un vitigno autoctono che che era quasi scomparso in zona. Nel dopoguerra qui si trovavano Sangiovese e Montepulciano ma quasi tutti gli impianti sono stati tolti per fare spazio al Verdicchio. Dovendo impiantare un vigneto nuovo abbiamo assaggiato molti vini e abbiamo scelto di fare quello che ci piaceva, sul Conero ad esempio il Montepulciano da ottimi risultati, il terreno è diverso dal nostro, ma gli anziani dicono che nella contrada di San Michele viene un ottimo verdicchio ma anche un ottimo rosso. Non ci interessa fare il vino più buono del mondo, ma fare un buon vino, che ci piaccia e che ci pemetta di stare bene facendolo diventare anche uno strumento di convivialità. la marca di san michele in inverno Ho visto che avete proposto diversi progetti che tendono a coinvolgere le persone nel processo del fare il vino, penso alla Confraternita dell’uva o all’iniziativa Adotta un vigneto. Ti riferisci a questo quando parli di convivialità? Anche, si.Abbiamo inventato la Confraternita dell’uva per coinvolgere degli amici sul progetto di questo nuovo vigneto: li teniamo informati e seguono con noi il processo di trasformazione dall’impianto del vigneto alla crescita dell’uva fino alla vendemmia e alla trasformazione in vino. Così anche loro sapranno che dietro una bottiglia di vino c’è un lavoro lungo e che bisogna avere molta pazienza! Stesso discorso per il progetto Adotta un filare: le persone possono seguire un filare da gennaio alla vendemmia, possono venire qui oppure leggere le informazioni che scriviamo loro sull’andamento dell’annata e quando il vino è pronto lo ricevono in bottiglia. Qui devono aspettare “solo” un anno e mezzo ma anche questo rientra nel percorso educativo rispetto ai tempi della campagna e di educazione del gusto. Con l’adozione di un filare riusciamo ad avvicinarci di più alle persone ma in questo modo speriamo tra qualche anno speriamo di diventare autonomi nella distribuzione. Con i piccoli distributori che abbiamo scelto ci troviamo molto bene, ma non deve essere il solo canale di vendita. Per noi il rapporto diretto sia con chi beve che con chi vende il nostro vino è molto importante perché riusciamo a spiegare il percorso che stiamo facendo e se vogliamo provare qualcosa di nuovo possiamo raccontarlo e farlo capire. Ad esempio, fino ad oggi, abbiamo lavorato con i lieviti selezionati, ma dalla vendemmia 2011 inizieremo con i lieviti indigeni. I primi anni ci siamo dovuti concentrare sul vigneto per riequilibrarlo, da quest’anno riusciremo ad essere più liberi sul vigneto e a concentrarci di più sul lavoro in cantina. La voglia di usare i lieviti indigeni ci viene dal fatto che i nonni li usavano, non inventiamo niente di nuovo… Sorgentedelvino.it: Dove vendete meglio il vostro vino? In Belgio, stranamente, forse perché c’è una forte comunità marchigiana che quando gli porti il Verdicchio si trovano a casa. Ma anche un po’ in giro per l’Italia, Torino, Bologna, Roma, Senigallia o la cintura milanese. Gran parte della distribuzione la curiamo direttamente e dove non arriviamo noi ci sono piccoli distributori che fanno un lavoro preciso. Inolte abbiamo iniziato una collaborazione con due piccole aziende, Bosco Falconieria e Caprandole, ospitiamo i loro vini nella nostra cantina e li vendiamo qui a Cupramontana visto che non c’è un’enoteca che faccia questo lavoro. Loro fanno lo stesso con i nostri vini sul loro territorio. E’ anche un modo per bere altri vini oltre al nostro: la generazione dei miei genitori beve solo Verdicchio ma a me piace stappare anche altri vini e questo è un modo per berli e per farli girare. — Ci sarebbero ancora tante cose da raccontare, ma si sta avvicinando Artèfoto, un festival di fotogiornalismo organizzato da Alessandro Bonci e Daniela Quaresima. Potrete trovarli là dal 1° al 12 giugno 2011 tra un lavoro in vigna e uno in cantina.