A volte sono le scelte radicali quelle che premiano. I fratelli Ferruccio e Stefano Pizzamiglio sono arrivati da Milano per fare gli agricoltori e produrre vino quando sui colli piacentini ancora si parlava poco di vini di qualità, di vini fermi e strutturati, di "fare il vino in vigna". Chi lo faceva era piuttosto inconsapevole delle proprie scelte e per lo più portava avanti una tradizione di famiglia che non si era lasciata prendere dalle nuove abitudini. Molti produttori vitivinicoli piacentini riconoscono in Stefano Pizzamiglio una figura di riferimento per l'esempio che ha saputo portare e per aver mostrato fino a dove potevano spingersi i vitigni tipici di questi colli.

Per arrivare a La Tosa occorre attraversare parte dei vigneti aziendali, curatissimi. Se fate molta attenzione noterete che interi filari o parte di essi sono contrassegnati con nastri di colore diverso. Questi segnali indicano in quale vino finiranno le uve, se nelle riserve o nei vini più semplici. E' Stefano Pizzamiglio che personalmente opera questa selezione, sceglie annata per annata direttamente in vigna i grappoli a secondo della qualità. Oltrepassate le vigne, arriviamo in azienda. Stefano e il fratello Ferruccio ci accolgono.
La passione ha portato su queste colline i due fratelli, che per la terra ed il vino, hanno lasciato Milano giovanissimi. La Tosa è nata infatti nel 1980 con l'acquisto da parte dei fratelli Pizzamiglio di 16 ettari di terreno sulle colline sopra Vigolzone in Val Nure. Tra il 1980 e il 1992 sono stati impiantati 13 ettari di vigneti ponendosi fin dall'inizio l'obiettivo di arrivare ad un livello il più possibile elevato di qualità nella produzione di vino. L'attività di vinificazione è iniziata nel 1985.
Come succede spesso, arrivando da un ambiente esterno alla cultura contadina e vitivinicola, si portano idee innovative, si lancia la sfida alla qualità, e qui la sfida è stata vinta, innovando senza stravolgere, innalzando il livello qualitavo producendo vini si locali ma completamente ripensati, passando dalla tradizione del frizzante a vini più strutturati, fermi, addatti a lunghi invecchiamenti.
E così la Malvasia aromatica di Candia diventa "Sorriso di Cielo", il Gutturnio perde le bollicine e nasce il "Vignamorello" .
Vengono impiantati anche Cabernet Sauvignon e Sauvignon blanc, che darranno origine al " Luna selvatica" e al bianco che porta il nome del vitigno.
Visitando la cantina vera e propria, si notano l'esterma cura dei minimi particolari, un ordine ed una pulizia estremi. Niente diavolerie o macchinari strani, solo cura e attenzione in vigna e in cantina, ecco la ricetta dei fratelli Pizzamiglio per ottenere grandi vini. Per farvi meglio comprendere lo spirito di questi vini, abbiamo rivolto a Stefano alcune domande, domande non incentrate su particolari tecnici, ma adatte ad illustrare la filosofia della cantina.
Che cosa avresti voluto fare se non fossi entrato nel mondo del vino ?
Prima di intraprendere l'avventura de La Tosa, studiavo medicina e contemporaneamente scrivevo poesie e lavoravo alla redezione di una delle più importanti riviste di poesia italiane di allora, "Niebo". Tra un lavoro materiale come quello del medico e la tormentata leggerezza del poeta, ho scelto la terra, la vite, il vino. Reputo questa scelta il perfetto connubbio tra materialità e spiritualità, uno stare in cielo con i piedi solidamente ancorati alle mie radici.
Se tu non fossi viticoltore sui colli piacentini, dove ti piacerebbe fare vino?
Langa e Alsazia terre di grande fascino e di grandissimi vini.
Con quali vitigni ti piacerebbe lavorare?
Montepulciano, d'Abruzzo, Lagrain, Gewurtz traminer, Verdicchio e Malbo gentile.
Bianchista o rossista?
Abbastanza indifferente, se devo aprire una bottiglia per puro piacere forse prediligo un bianco invecchiato parecchio. Una tipologia che invece non amo sono le bollicine, fatico a comprenderle.
La bottiglia che hai bevuto che più ti ha impressionato?
Barolo Vigna Arborina 89 di Elio Altare, lo bevvi la prima volta nel 93 davvero impressionante. Ribevuto una decina d'anni dopo rimane sempre un gigante di Langa. Altri vini che adoro sono i bianchi di Schioppetto dellla fine anni 70, i sauvignon blanc di "Vie di Romans" mentre i miei preferiti tra gli stranieri sono i vini di Zind Humbrecht, e tra questi il il Traminer del cru Hengst.
Tra quelli che tu produci, quale è il tuo vino prediletto?
Il Sorriso di Cielo, la malvasia di Candia aromatica vinificata ferma, seguito dal gutturnio riserva Vignamorello.
Quattro aggettivi per definire i tuoi vini.
Eleganti, equilibrati, peresonali, e, anche se non è un aggettivo, con un naso che fa notare la maturità delle uve.
Quale è stato il tuo maestro materiale?
Tante persone mi hanno aiutato nella mia crescita personale nel mondo del vino, se proprio devo eleggerne una a maestro direi Antonio Gandolfi, il vecchio agronomo della Ca del Bosco. Quest'uomo mi ha saputo trasmettere l'amore per il vigneto, mi ha insegnato l'arte della pazienza dell'aspettare i risultati in vigna.
E il tuo maestro spirituale?
Il filosofo Emanuele Severino, i suoi scritti mi hanno aperto la mente ad orizzonti nuovi.
Finiscono qua le domande a Stefano Pizzamiglio, il mio consiglio è di andarlo a trovare alla Tosa, meglio se in un periodo tranquillo per la viticultura. Potrete chiaccherare con lui assaggiando i suoi vini, passeggiare tra le sue viti, potrete capire quello che anima questo piccolo grande uomo della viticultura piacentina.