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Dove va la Federazione Vignaioli Indipendenti Italiani?

Intervista con il presidente Costantino Charrère. Il 29 luglio 2008 è nata – nell’incantevole cornice della Reggia di Colorno (PR) – la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI), abbiamo chiesto al suo presidente Costantino Charrère, titolare dell’azienda agricola Les Crètes in Val d’Aosta, di raccontarci i primi obiettivi che l’associazione si è prefissa di raggiungere… Alcuni dei vigniaioli della Federazione Italiana Vignaioli

Premetto che sono molto contenta della nascita di questa associazione di vignaioli, un’associazione che poggia su basi solide o almeno così sembra da alcuni punti fondamentali del suo statuto: possono associarsi aziende vitivinicole che seguono tutta la filiera produttiva, dalla produzione dell’uva alla trasformazione, dall’imbottigliamento alla vendita. In una parola appunto, i vignaioli. Inoltre, diversamente da quanto avviene nei consorzi di tutela e in altre forme sindacali, qui le votazioni sono fatte in base alla regola “una testa un voto” e non in base agli ettolitri di vino prodotti o agli ettari lavorati. Questo dovrebbe garantire un peso uguale dei piccoli produttori. L’impulso alla realizzazione di questa esperienza è arrivato dall’associazione francese Vignerons Indépendant (VIF), un sindacato riconosciuto dallo stato transalpino che raccoglie più di 10 000 soci e il 55% del patrimonio viticolo d’Oltralpe. In Italia, nonstante l’importanza del comparto vitivinicolo nel nostro paese, mancava un sindacato specifico del settore. Ma lasciamo la parola a Costantino Charrère.

Quali sono gli obiettivi che si prefigge la vostra associazione di vignaioli?

Charrère: Il nostro compito principale è di rendere un servizio allo stato italiano, soprattutto nel settore legislativo e amministrativo dello stato, quello cioè di dare loro la visione della realtà costituita degli imprenditori del nostro settore. Tutti noi associati della FIVI operiamo nella filiera corta, siamo quindi imprenditori che seguono tutta la filiera, la nostra matrice comune è il terroir e la volorizzazione dei nostri territori. Essendo l’unica associazione italiana specifica per il settore vitivinicolo con questa connotazione siamo in grado di dare delle informazioni e delle indicazioni al ministro e agli amministratori che coordinano le strategie di sviluppo. Fino ad oggi le organizzazioni sindacali agricole non hanno mai rappresentato una filiera ma tutte le filiere agricole, perciò gli obiettivi finali hanno semre dovuto essere mediati.

Avete già individuato obiettivi di lavoro concreti?

Charrère: Stiamo lavorando a una sorta di agenda delle priorità che attualmente è nelle mani di una commissione interna e che sarà reso disponibile nell’arco di 3/4 settimane. Alcuni dei punti che tocchiamo in questo documento riguardano le modifiche all’OCM vino e alle sua attuazione in Italia.

  • IGT Italia – diciamo no alla IGT Italia, una delle proposte è infatti di avere questa igt così allargata a tutto il nostro paese, ma a noi non va bene: pensiamo ad esempio alla disinvoltura con cui è stato infangato il nome del Brunello di Montalcino e ai problemi che ne sono derivati a livello commerciale… Se tutto il vino italiano dovesse stare sotto un’unica dicitura e dovesse ripetersi un episodio di questo tipo tutta la produzione vitivinicola italiana ne risentirebbe.
  • DOP Italia – anche in questo caso siamo contrari all’introduzione della modifica perché riteniamo che il sistema dei vpqrd funzioni bene così com’è. La dicitura DOP attualmente norma soprattutto la trasformazione, noi vogliamo si che sia controllata la trasformazione, ma la DOC norma e controlla anche il prodotto in vigna, aspetto molto importante per il vino che non vogliamo perdere. Quandoil consumatore legge l’etichetta di un vino prodotto deve potersi rifare al vigneto di provenienza.
  • VPQRD – Questo è il sistema che regola questo settore oggi e ci va bene come ci va bene quello delle IGT attuali, non vogliamo uscire da questo sistema e lo difendiamo. Poi siamo per una politica forte di comunicazione al consumatore su tutta la filiera: c’è la proposta di indicare l’annata e il vigneto sui vini da tavola ma siamo contrari a questo perché si devono proteggere le DOC in tutte le direzioni, il consumatore deve essere tutelato quando compra un vino DOC. E deve sapere che quando compra vino da tavola è un vino a basso costo che ha la sua dignità ma che non è controllato come il DOC.

Oggi però questo non è sempre vero: troviamo sugli scaffali della Grande Distribuzione vini doc a basso costo e per contro alcune aziende vitivinicole anche importanti hanno scelto di non aderire ad alcuna doc e di uscire con vini di qualità, a volte anche costosi, come vini da tavola…

Charrère: Questo avviene perché non vengono applicate le norme che ci sono, bisogna solo farle rispettare, nel sistema Italia è tutto ben regolamentato, il problema sta nell’applicazione delle regole, dobbiamo richiedere controlli più accurati per consentire alle nostre DOC di tornare ad avere un significato che garantisca il consumatore. Un altro problema a livello europeo è la normativa che favorisce gli arricchimenti e l’utilizzo di mosto concentrato rettificato.

Noi siamo contrari agli arricchimenti, devono poter essere usati solo in determinate zone disagiate in annate particolari, ma fondamentalmente siamo contrari, perché se rispettiamo la normativa che tutela le DOC non abbiamo bisogno di arricchire. Sono già definite delle zone in cui si possono usare in casi eccezionali. Ma anche nel caso in cui sia necessario arricchire meglio il saccarosio. Il mosto concentrato rettificato (MCR) è prodotto da eccedenze produttive di uva, da una politica industriale sul quale si chiede una sovvenzione da parte della comunità europea: se io produttore uso il MCR ho diritto a un contributo da parte della Comunità Europea. Ma quali sono le uve che finiscono sulla filiera MCR? Le eccedenze, perché con le DOC faccio un vino di qualità e le vendo come tali. La politica dei fautori crea eccedenze produttive e nel momento in cui si parla di espianti è una politica becera, tra questo e lo zucchero a questo punto meglio il saccarosio, e gran parte dell’Europa va in questa direzione.

  • Politica degli espianti: non intendiamo espiantare come associazione, è impensabile e autolesionista per un addetto alla filiera corta espiantare dei vigneti, si vada ad espiantare dove si producono eccedenze, le piccole aziende del nostro gruppo non producono eccedenze e in più c’è amore per il proprio territorio.
  • Poi andremo a toccare anche concetti legati alla legislazione vitivinicola: dobbiamo arrivare a una semplificazione delle regole commerciali amministrative, fiscali nella Comunità Europea. Esistono, ad esempio, delle barriere tra i paesi membri: se devo esportare vino in Francia esistono ancora barriere fiscali messe in atto dalle dogane, lo stesso vale per la Germania e altri paesi. Quindi andremo a chiedere l’eliminazione delle barriere protezionistiche all’interno dell’Europa, senza regole di embargo e protezione.

Quanti vignaioli sono associati in questo momento e che tipo di aziende rappresentano?

Charrère: Attualmente gli associati sono circa 550 e provengono un po’ da tutta Italia, oggi questi gruppi locali hanno capito che bisogna fare sistema, avere le idee molto chiare per affrontare la globalizzazione. Il nostro statuto non è ingessato, quindi ci aspettiamo che nei prossimi mesi gli associati possano aumentare considerevolmente, la prerogativa di ingresso è solo quella di essere produttori vitivinicoli che seguono l’intera filiera produttiva.

Abbiamo chiuso gli ingressi alle cantine cooperative per non associare le grandi cantine sociali e quindi in questo momento sono chiusi gli ingressi anche le piccole cantine cooperative di produzione ma questo deve essere modificato per consentire a questi piccoli produttori di entrare. Un’organizzazione come la nostra non nasce perfetta, ma lavoriamo per migliorare: ci sono fior di aziende nazionali che hanno aderito al nostro gruppo, aziende che lavorano sul territorio. Lavoriamo per la causa del territorio e questo arriva fino al consumatore.

Fino al 31 dicembre 2008 la quota di iscrizione è di 50,00 € quindi assolutamente accessibile ai vignaioli di ogni dimensione. Per il 2009 la quota è da definire. Abbiamo una rappresentatività trasversale all’interno del gruppo in cui siamo, cito anche aziende dell’Alto Adige che hanno 8000 metri di vigneto, altre che hanno la mia dimensione, altre che curano produzione biologiche o orientate verso il biodinamico, la scelta di andare nella direzione di produrre uve più pulite con l’abbandono di certi aggressivi chimici è in sintonia con il produttore, c’è anche sensibilità anche da parte del consumatori.

Ci sono molte differenze tra di noi, rappresentiamo diverse filosofie, siamo una scatola aperta, anche per questo vogliamo lavorare per lo sviluppo del sistema Italia e del sistema Europa che possa dare regole certe che possa tutelare il nostro lavoro e il consumatore con il racconto del territorio, del terroir. Non vogliamo nella nostra azione di governo fare la guerra a qualcuno, ma appunto lavorare per uno sviluppo comune. La Francia è fortissima in questa direzione, esistono da anni gruppi che rappresentano i territori, stiamo guardando ad esempio alla CEVI che ci ha invitati a partecipare al suo gruppo, ora noi stiamo osservando.

Quali sono state le prime reazioni alla nascita della FIVI da parte del mondo vitivinicolo e delle istituzioni?

Charrère: Le prime reazioni sono state di grande interesse, aspettano che ci muoviamo con questo documento. Inizialmente ci è stato anche detto che ci chiamiamo indipendenti e poi ci sposiamo a Slow Food questo a causa della presenza di Giancarlo Gariglio come segretario della nostra associazione. Questo è però un modo superficiale di guardare a un gruppo che sta nascendo: Slow Food ci ha dato un aiuto strutturale quando siamo nati, Gariglio ha ottenuto da Slow Food la possibilità di darci una mano pro tempore e si sta impegnando anche lui dal punto di vista personale, lui lo fa gratuitamente e ci appoggiamo alla struttura operativa di Slow Food ma noi non siamo Slow Food, siamo un’altra cosa, appena avremo indipendenza economica e uffici nostri o altro, allora Giancarlo dovrà decidere se stare con noi o con Slow Food.

Avete anche intenzione di attivare dei servizi per i vostri associati?

Charrère: Si, come politica interna che attueremo nei prossimi mesi daremo assistenza enologica agli associati, daremo il giudiziale ai nostri iscritti e porteremo avanti attività di carattere socio economico generali, promozionali, etc. i progetti in campo sono tanti, ma abbiamo bisogno di tempo per realizzarli.

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Per concludere vi invitiamo a visitare il sito della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti per ogni maggiore informazione sull’associazione stessa e sulle azioni che porta avanti.