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La certificazione partecipata dei vini naturali 4

Ripartiamo da quanto scrivevamo all’inizio di quest’anno nell’articolo “Il vino naturale esiste e si fa nella vigna“: “Tra i produttori di vini naturali e molte delle persone che bevono i loro vini si è stabilito un rapporto di fiducia e di conoscenza diretta ben più importante e di maggior valore di qualunque disciplinare e di qualunque certificazione. Una sorta di certificazione partecipata da una comunità di persone che condivide valori e idee, non solo gusti in fatto di vino, una certificazione che nessuna azienda ad impostazione industriale per quanti soldi possa spendere in operazioni di marketing potrà mai ne comprare ne emulare.” E cerchiamo di capire cos’è e come funziona la certificazione partecipata.

campagna pubblicitaria vino biologicoOggi sono in molti a chiedere un disciplinare comune di tutti i produttori che il popolo dei vini naturali definisce, appunto, naturali. Lo fa il ministero a più riprese, lo fa Federbio con una campagna di comunicazione decisamente sgarbata, lo fanno giornalisti di settore. L’accusa è quella dell’indeterminatezza che lascerebbe spazio di manovra a furbetti e ad aziende capaci di approfittare del momento di visibilità per crearsi un’immagine che funzioni a livello di marketing senza condividere i valori del movimento.

Ma la creazione di un disciplinare fa nascere problemi che si possono evitare con la pratica della Certificazione partecipata. E’ la modalità di certificazione che è stata messa in atto in modo spontaneo (e solitamente sincero) all’interno di questa comunità dei vini naturali e funziona bene, perché cambiare strada per ripercorrere quella della certificazione terza e della rinuncia alla conoscenza diretta per affidarsi a un bollino?

Cos’è la Certificazione partecipata

Le forme di garanzia partecipata non sono una nostra invenzione o un modo estraneo al mondo del biologico: nel marzo del 2009 Andrea Ferrante, allora presidente dell’Aiab, ha concluso la sua relazione alla conferenza nazionale dicendo “Il sistema di garanzia partecipata può essere ideale per sviluppare processi di certificazione che siano i più adeguati a dinamiche come quelle dell’agricoltura familiare. Se figure diverse come agricoltori, tecnici, consumatori integrano il proprio ruolo in un obiettivo comune di interesse collettivo, si genera una forma partecipativa di garanzia reciproca. Sulla base di queste premesse possiamo da subito intervenire sui PSR, così come sui programmi formativi per i tecnici ispettori oppure sui tariffari minimi. Il riconoscimento della Certificazione di Gruppo può diventare realisticamente un obiettivo a medio termine, così come il Sistema di Garanzia Partecipata deve avviare subito le sue prime sperimentazioni”.

Nel 2008 IFOAM (International Federation for Organic Agriculture Movements) da una definizione chiara dei Sistemi di Garanzia Partecipata:

I Sistemi di Garanzia Partecipata sono sistemi di tutela della qualità orientati localmente. Essi certificano i produttori sulla base di una partecipazione attiva degli attori interessati e sono fondati su una base di fiducia, reti sociali e scambio di conoscenza. (Fonte Ifoam)

Il numero di produttori certificati tramite PGS è molto alto in Brasile, India, Bolivia, Filippine, in Europa l’unico paese in cui funziona è la Francia con 750 produttori bio (non parliamo di vino) certificati tramite PGS. In Italia non c’è stato ancora nessun riconoscimento ufficiale. Ma come scrive sempre IFOAM sul proprio sito “non ci sono modi definiti per impostare un’iniziativa PGS” anche se questo tipo di iniziative esistono da almeno 40 anni, era il modo in cui funzionavano le prime certificazioni biologiche, poi soppiantate dalla certificazione terza. E non hanno mai smesso di esistere anche se in alcuni casi non vengono riconosciute a livello burocratico-amministrativo. Come accade ad esempio in Italia e nella maggioranza dei paesi europei.

Gruppi locali e non gerarchici

085-pubblicoLa base territoriale ristretta e i piccoli numeri che compongono ogni gruppo è uno dei punti su cui si fondano i Sistemi di Garanzia Partecipata, che permettono ai gruppi di funzionare. E se guardiamo al popolo dei vini naturali questo accade già in forme non codificate ma assolutamente efficaci e funzionanti. Questa forma di garanzia partecipata potrebbe venire riconosciuta dalle istituzioni? Ancora una volta IFOAM risponde per noi: “Non esiste un accreditamento internazionale da parte di IFOAM o altre agenzie per le iniziative PGS. Infatti una caratteristica chiave del movimento dei PGS è quella di essere localmente orientati e non gerarchici, quindi l’idea di un accreditamento non sembra appropriata.” (orginale qui)

E’ esattamente quello che è accaduto in questi anni nel mondo del vino naturale. E questa mancanza di gerarchie, questa mancanza di centri di potere se da un lato è certamente di difficile gestione per le nostre istituzioni è invece una grande forza del movimento, la forza non controllabile di persone che credono in un’idea e che questa idea tiene unite. Una forza da non perdere. Funziona e si basa sul reciproco riconoscimento di serietà, competenza, fiducia delle singole persone: un gruppo di produttori, un’associazione, un organizzatore di eventi, un distributore, un gruppo di appassionati, tutti possono essere un punto di riferimento territoriale per avere informazioni sulla serietà di un’azienda. Ognuno si è costruito la propria credibilità misurandosi con la comunità, con il gruppo allargato, con gli attori di questo movimento e mette a disposizione degli altri i propri saperi.

Polizia contadina o rete solidale?

La base locale nel caso dei vini naturali si ricostruisce di volta in volta attorno a nuclei di rapporti personali, all’appartenenza a un gruppo più o meno ufficiale di persone che si frequentano senza bisogno di quella polizia contadina che qualcuno vorrebbe reintrodurre. Gli errori sono tollerati nella misura in cui la strada prosegue e c’è un’effettiva volontà di miglioramento, questo sia da parte dei produttori che di tutti gli altri attori coinvolti nella relazione.

A livello informale, quindi non riconosciuto ufficialmente, sistemi di garanzia partecipata funzionano da tempo in associazioni e mercati contadini, ad esempio nella Fierucola di Firenze. Non si tratta di autocertificazione, ma di una rete di relazioni che possono confermare quanto dichiarato dal produttore sulla base di una relazione umana e di controllo sociale non poliziesco.

Praticare la Certificazione Partecipata mette produttore, operatore e consumatore finale sullo stesso piano, sono (siamo) tutti membri di una stessa comunità (o come diceva qualcuno, di uno stesso popolo diviso in molte tribù) che persegue obiettivi comuni. Non siamo qui per fare il processo agli atti o alle intenzioni di un produttore, non siamo qui tutti insieme per giudicare e dividere i buoni dai cattivi, in questa logica anche gli errori e le difficoltà diventano parte di un processo di crescita e conoscenza a cui nessun cittadino dovrebbe rinunciare.

 


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Alte fonti interessanti:

Nature et Progrès – Documento in pdf della federazione francese di produttori e consumatori biologici

4 thoughts on “La certificazione partecipata dei vini naturali

  1. Rispondi Rocco Trauzzola Dic 7,2013 7:57 am

    La Fattoria approva! Anche le certificazioni biologiche spesso vengono solo controllate sui registri e sulle carte..ma non sui prodotti per cui meglio una certificazione partecipata..tanto se un agricoltore crede a un tipo di agire in vigna ed in cantina lo fa perché non potrebbe operare diversamente. Almeno io quando decido di impiegare un intera giornata x dinamizzare e spruzzare preparati biodinamici tipo cornoletame lo faccio per piacere personale e ovviamente perché ci credo.

  2. Rispondi anna r Dic 8,2013 2:31 pm

    sono operatore di “poliza contadina” (carina!) e leggo con molta attenzione e interesse. mi piace l’idea ma sono abituata ad avere a che fare con il lato sporco della realtà e mi chiedo come fare a difedere gli operatori onesti da chi usa il greenwasching per fare quattrini.
    afr

  3. Rispondi Barbara Pulliero Dic 9,2013 11:41 am

    Ciao Anna, grazie per la tua osservazione 🙂
    Probabilmente la perfezione non esiste ne in un mondo ne nell’altro.
    Quello però che non si riesce ad evitare anche con la certificazione è proprio il Greenwashing secondo me: ci sono aziende che rispettando i disciplinari di produzione biologica ma non rispettano comunque il territorio.
    Il discorso portato avanti dalla maggior parte dei produttori di vini “naturali – veri – autentici o chiamiamoli come si vuole” non si ferma in genere a non impiegare sostanze dannose per ambiente e persone, ma cercano di capire le caratteristiche del territorio per integrare in esso il proprio lavoro. Difficilmente si troveranno vigneti impiantati sbancando colline, le produzioni di uva non vengono spinte per ottenere quantità e anche questo aiuta a ricreare un equilibrio interno nel vigneto. Sono solo un paio di esempi per dire che io vorrei uno sguardo più complessivo su quello che fa un’azienda, vorrei capire il progetto d’insieme, l’obiettivo a lungo termine e mi sta bene anche che qualcuno una volta sbagli purché l’errore serva per fare meglio l’anno successivo.
    Tutto questo in una certificazione terza e burocratica è difficile da verificare, mentre con la conoscenza diretta è molto più facile e permette sia a chi produce che a chi compra di crescere e imparare (se si vuole).
    La certificazione (terza) sulla carta è facilmente aggirabile per chi è bravo a gestire la burocrazia e i documenti fiscali, con questo so benissimo che la maggior parte dei certificati bio sono persone serissime; è molto più difficile secondo me raccontare cose diverse da quelle che si fanno quando si appartiene a un gruppo, a una comunità, che condivide un percorso.
    Comunque si ti va di approfondire, prova a leggere i materiali messi a disposizione da IFOAM. A presto!

  4. Rispondi Jolanda De Nola Dic 15,2014 5:03 pm

    Ciao a tutti, son una olivicoltrice bio di Ugento, nel Salento, e ho certificato il mio prodotto come bio dal 2006 fino ad oggi.

    Sono molto delusa dal sistema di certificazione convenzionale e effettuato da tutta quella miriade di società terze che certificano, e posso dire con cognizione di causa che i disciplinari bio sono costruiti per e dall’industria alimentare e non per i piccoli produttori di cibo agricolo. Perchè una differenza esiste ed è enorme ed è quella tra cibo industriale e cibo agricolo.

    Esco dalla certificazione biologica, pur continuando a praticare in modo convinto e deciso l’agricoltura biologica, anzi organica e rigenerativa, la cui qualità e i cui vantaggi per il sistema in cui è inserita sono ancora maggiori.

    Il mio è un atto di protesta e lo sto comunicando con forza e convinzione a tutti i miei clienti.

    Ma la vera domanda è una : perchè io che non inquino devo pagare, mentre chi fa convenzionale e inquina non paga proprio nulla??

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