torna su

La Sicilia dei vitigni storici: i coraggiosi che si distinguono

E’ passato tanto tempo da quando la Sicilia era nota nel mondo del vino più per i silos su ruote che si dirigevano a nord di Roma, per tutta Europa e fino al 54° parallelo, che per i suoi vitigni. Negli ultimi 30 anni si è rivelata come una delle regioni più dinamiche non solo nel miglioramento della qualità dei vini, ma anche nel percorso di valorizzazione dei vitigni tradizionali, grazie soprattutto a piccole aziende che cercano di garantirne la sopravvivenza.


I vigneti di Porta del Vento - vino biologico sicilia

Coraggiosi viticoltori che hanno ridato vita ad antichi vigneti abbandonati in zone spesso difficili da raggiungere, cercano di contrastare l’espianto costante di cultivar autoctone, spesso con difficoltà create dai processi di globalizzazione; in questa situazione, un contributo è costituito dall’Istituto della Vite e del Vino che fornisce dati statistici utili alla coltivazione dei vitigni tradizionali, attraverso studi e sperimentazioni volti alla tutela del patrimonio genetico.
Abbiamo scelto tre vitigni storici che grazie alle energie e all’esperienza dei vignaioli hanno buone possibilità di non soccombere all’ondata di “appiattimento” produttivo che minaccia da tempo di cancellare i gioielli del patrimonio colturale (e culturale) italiano.

Catarratto extralucido, Nerello Mascalese, Perricone: una nuova vita

 

Considerazioni generali

Nell’isola, che si trova in un contesto ideale sia per il clima che per il suolo, la qualità media è buona ed è proposta a prezzi contenuti anche nei vini “top”, mentre in altre regioni italiane notiamo spesso un eccessivo divario di prezzo tra vini di pregio e vini comuni; sempre grazie alle fortunate condizioni pedoclimatiche, l’utilizzo degli agrofarmaci risulta inferiore alle altre regioni, e crescono le aziende che lavorano nel rispetto dell’ambiente attraverso l’utilizzo di rimedi naturali, con l’obiettivo della protezione dell’ecosistema dell’intera zona, oltre a quella dei propri vigneti.
In questo contesto, focalizziamo l’attenzione sulla provincia di Palermo, dove si trovano tre splendide realtà che hanno fatto della protezione della biodiversità e rispetto dell’ecosistema una caratteristica fondamentale: Bosco Falconeria, Guccione e Porta del Vento.

Bosco Falconeria e il Catarratto extra-lucido

La vendemmia del Cataratto Extra-lucido in Sicilia - Bosco falconeriaCominciamo il nostro percorso con Bosco Falconeria, tra Partinico e Alcamo, sulle colline che si affacciano sul Golfo di Castellamare, a circa 60 km da Palermo.
Su terreni calcarei di medio impasto, le vigne di questa azienda sono state adottate dalla famiglia Simeti nel 1933, e nei primi anni ‘80 sono state liberate dagli agrofarmaci per crescere e produrre grazie a sistemi naturali che migliorano il terreno (come la concimazione organica) e le rendono più forti.
Ma c’è di più. Il cambio di rotta nella coltivazione della vite ha coinvolto il resto dell’azienda (che produce olio, ortaggi e frutta) e le persone che contribuiscono alla sua crescita, con l’abbraccio di una filosofia di vita che pone come obiettivo l’equilibrio tra l’uomo e la natura. Tra i diversi progetti realizzati dal gruppo (si possono praticare corsi di tai-chi e si trova ospitalità nel bed &breakfast), c’è anche l’opportunità di fare la spesa nei campi e scegliere personalmente i frutti sani di una terra rispettata e nutrita in modo naturale.
Falco Pellegrino nasce dal Catarratto extra-lucido (o lucidissimo). Complessivamente – ci racconta Natalia Simeti – è più delicato, in particolare il caratteristico retrogusto amaro, apprezzato dagli appassionati – è meno marcato.
E’ un vitigno che esprime in modo sensibile la situazione pedoclimatica, non perde la sua acidità rapidamente in prossimità della maturazione e non sintetizza elevati contenuti di zuccheri,  caratteristiche mancanti nella maggior parte dei vitigni internazionali coltivati nell’Isola.

Il Catarratto extralucido in Sicilia

Una vigna ad alberello di Bosco Falconeria - Vino biologico Sicilia

Questa varietà della tradizione siciliana – insieme alla lucida serrata e la lucida spargola – ha fatto registrare nel 2010 un record: balza dal decimo posto del 2009 (con 4.828 ha), all’attuale quinto posto tra le varietà maggiormente coltivate, con 6.121 ettari. Al contrario, il Catarratto bianco comune continua il trend calante, pur restando il vitigno più coltivato (circa 33 mila ha contro i 60 mila di qualche anno fa).

Guccione e il Nerello Mascalese

Dalle colline di Alcamo andiamo verso il Capoluogo; a 35 km di distanza ci fermiamo tra San Cipirello e Piana degli Albanesi, dove troviamo L’azienda Guccione.
I vigneti si sviluppano in zone caratterizzate da terreni di marne argillose, da 450m a 600m di altitudine. Anche qui l’amore e l’entusiasmo, dopo tanti anni di agricoltura biologica, hanno convinto Francesco e Manfredi a convertire l’azienda ai principi della biodinamica nel 2005, per un rispetto integrale dell’ambiente, del consumatore e della dignità di chi lavora la terra.
Anche i Guccione valorizzano i vitigni della tradizione siciliana: non parleremo del pluripremiato Trebbiano Lolik, ma di Gibril, prodotto dall’unico ettaro di Nerello Mascalese.

Il Nerello Mascalese in una vigna biodinamica di Francesco GuccioneGibril è – secondo Francesco – “la nostalgia per i caratteri meno irruenti della viticoltura siciliana, il desiderio di controbilanciare gli eccessi ed evidenziare la natura fragile e tenace del vino, la contraddizione fra la natura dell’uva e il luogo, la combinazione fra la delicatezza del frutto e l’evidenza nobile dei tannini”.
Uva già presente da tempo in quest’area, si differenzia da quello coltivato alle pendici dell’Etna per una concentrazione maggiore, data in gran parte dalla diversità di suolo.
Questo Nerello Mascalese cresce in un terreno vitale dove diserbanti, agrofarmaci e ingegneria genetica sono banditi, come gli additivi e le tecniche di cantina utilizzate spesso per “modellare” i vini (osmosi inversa, evaporazione, de alcolizzazione..), le chiarifiche, i lieviti e gli additivi aromatici.

Il Nerello Mascalese in Sicilia

L’uva, che fa parte dei cultivar storici isolani, costituisce la quasi totalità della produzione nella provincia di Catania, dove sfiora l’80% delle superfici vitate. Nel panorama regionale  ha perso ettari anno dopo anno, e dai 5500 del 2000 si è arrivati ai 3800 del 2010. Nella provincia di Palermo, dove si trova l’azienda, il Nerello Mascalese copre una superficie di 110 ettari circa. Prende il nome dalla Piana di Mascali, alle falde dell’Etna, nella quale è coltivato da secoli. La sua produzione è incostante, sensibile alle variazioni climatiche e al versante di coltivazione: queste condizioni, non certo attraenti per tanti produttori, si aggiungono all’altrettanto non facile coltivazione ad alberello.

Porta del Vento e il Perricone

Grappolo di Perricone nei vigneti di Porta del Vento - SiciliaTerminiamo questo percorso alla scoperta dei vitigni tradizionali dell’area palermitana, spingendoci nella zona interna, a 22 km da Alcamo e a 44 dal Capoluogo, su colline di terreni calcareo-sabbiosi. A seicento metri di altezza troviamo la vallata dei pendii impegnativi di Porta del Vento, giovane azienda che con passione ha recuperato l’antichissimo e raro Perricone, altro cultivar del panorama storico dell’Isola. Fino a tempi recenti utilizzato solo in blend con Nerello Mascalese e Nero d’Avola, il Perricone ha acquistato dignità grazie a pochi produttori che sperimentano le potenzialità e lo valorizzano: oggi, infatti, è prodotto anche in purezza.
Il Maqué è uno di questi casi; ha note speziate e minerali all’olfatto e un gusto caratterizzato da tannini in evidenza, sapidità e nerbo, con note dolci dei frutti che crescono in una terra baciata dal sole.
Il CoRiBIA “Consorzio di ricerca sul rischio Biologico in Agricoltura” presieduto dal prof. Cebbia, ha condotto un’indagine che ha rivelato nel Perricone la presenza di concentrazioni di resveratrolo e di piceatannolo, sostanze ad elevato effetto salutistico, in percentuali superiori rispetto alla media degli altri vitigni rossi siciliani.
Anche Porta del Vento cerca di valorizzare le caratteristiche del Perricone attraverso una filosofia produttiva che ricalca i principi del rispetto ambientale, del rifiuto della chimica e delle aggiunte, che si tratti di concimazione in vigna o di solforosa in fermentazione.

Il Perricone in Sicilia

Caratterizzato da grappoli compatti con acini a buccia spessa di colore blu-nerastro, è coltivato ad alberello e come il Nerello Mascalese fa parte di quei vitigni che perdono costantemente terreno nelle statistiche di produzione: dai 488 ettari del 2000, siamo scesi ai 328 del 2010, di cui 116 nella provincia palermitana.

Dati di produzione siciliana

E’ la prima regione italiana nella classifica degli ettari vitati e degli ettolitri prodotti; Carricante, Catarratto, Frappato di Vittoria, Grecanico, Grillo, Inzolia, Nerello Cappuccio e Mascalese, Nero d’Avola, Perricone e Zibibbo fanno compagnia ai vitigni internazionali, e coprono una superficie di 125 mila ettari per 6,2 milioni di ettolitri all’anno (150 mila ettari per 7,1 milioni di ettolitri del 2000).
La sola provincia di Trapani, la più vitata dello Stivale con 67 mila ettari e con 3 milioni di ettolitri, distanzia di misura l’intera Toscana, che ne produce “solo” 2 e mezzo.
Con circa 14 mila ettari e 990 milioni di ettolitri prodotti, la provincia di Palermo (come le altre province occidentali) registra un aumento di produzione di uve rosse a svantaggio di quelle bianche; aumenta l’impianto a spalliera (guyot), ideale non solo per la migliore qualità delle uve ma anche per la gestione del vigneto, soppiantando il precedente tendone.

 

Articola cura di Valentina Congiu

Pubblicato il 17 dicembre 2010