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Non chiamiamolo vino naturale, ma vino trasparente

Vi diamo qui in traduzione un articolo comparso sul blog “No wine is innocent” che ci sembra particolarmente interessante anche dalla nostra prospettiva italiana. Il tema è ormai di interesse internazionale e le questione che qui vengono affrontate sono anche le nostre: il vino naturale è capace di aprire argomenti, di porre domande, di rompere schemi e abitudini consolidate. Il vino naturale è trasparente e vorrebbe poterlo scrivere in etichetta.

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Non chiamiamolo vino naturale ma vino trasparente

Il vino naturale crea regolarmente polemica nel microcosmo del vino e della stampa specializzata. Si producono sempre le stesse eterne ingiunzioni e questioni, generalmente seguite dagli stessi commenti, stereotipi e cliché, i peggiori tra essi:

  • «non esiste, il vino non si fa da solo»
  • «è aceto»
  • «è una cosa da integralisti»
  • «è una moda»
  • «è una moda per fighetti (variante)»
  • «è una moda per fighetti parigini (variante localizzata»
  • «sa di culo, è un vino da froci»

Il vino naturale esiste, «deal with it»

Al di là di queste polemiche sterili, «vino naturale» è prima di tutto un’espressione riconosciuta internazionalmente che rinvia a una categoria di vini molto minoritaria che rispondono a una definizione semplice: un vino naturale è un vino bio senza nessun additivo – unica possibile eccezione basse dosi di solfiti (non è dunque sistematicamente un vino «senza solfiti» come qualche volta si sente).

In Francia esiste un’Associazione dei Vini Naturali (AVN) che ha definito una carta comprensibile anche da un bambino di 10 anni: le solite critiche sulla pretesa “vaghezza” di questi vini sono quindi fermate di botto.

Secondo AVN, un vino è effettivamente naturale se è bio (la biodinamica è benvenuta) e vergine (o quasi vergine) da ogni additivo. Le tecniche sterilizzanti o arricchenti (osmosi inversa, filtrazione tangenziale, pastorizzazione flash, etc) sono proibite. Semplice come il buongiorno, allora dov’è il problema?

Un vino che disturba per la sua trasparenza

Con il vino naturale abbiamo prima di tutto a che fare con un vino trasparente. Lungi dalla permissività enologica moderna che, col pretesto di prevenire o correggere i “difetti” del suo prodotto, dispone di un impressionante arsenale chimico e tecnico (per inciso una cinquantina di additivi). E senza che ci sia alcun obbligo di citare il loro eventuale uso nell’etichetta del vino così concepito – nessuna trasparenza.

Per promemoria, la sola menzione obbligatoria sull’etichetta di una bottiglia di vino, riguardo alla sua composizione, è “contiene solfiti”: un obbligo ironico quando sappiamo che ogni vino contiene solfiti per natura. Questa menzione tanto isolata quanto inutile sottolinea piuttosto la mancanza di trasparenza che esiste.

Ed è proprio questa mancanza di trasparenza che viene denunciata con l’espressione “vino naturale”. Si comprende anche perché i suoi detrattori si accontentino di muovere lo ioio polemico attorno alla parola “naturale” piuttosto che affrontare la questione di fono che sollevano questi vini: quella della trasparenza alimentare.

In effetti, come si potrebbe vantare un terroir, una tradizione, far valere tutto quel buon folklore campagnolo, marketing e venditore; e parallelamente indicare sull’etichetta del vino in questione che vi si è aggiunto cinque o 10 prodotti chimici francamente poco invitanti? Senza parlare dei residui di pesticidi.

Questa completa opacità del vino moderno serve gli interessi del mercato. Ma imbroglia il consumatore.

In Italia la pretesa “invasione” dei vini naturali

Queste sono questioni globali. In Italia il vino naturale è messo in questione dal governo che lo scorso settembre ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sul “senso dell’espressione vino naturale”.

Dei vini che avrebbero “invaso il mercato italiano” e potrebbero “disorientare i consumatori e penalizzare i viticoltori”.

Una “invasione” del tutto relativa: in volume i vini naturali non rappresentano neanche l’1%  della produzione mondiale… Giovanna Tiezzi, vignaiola dell’azienda Pacina in Toscane dove produce chianti e altri vini naturali, reagisce netta:

«Il vino naturale è un vino che deve presentare le caratteristiche del suo terroir, senza trattamenti chimici di sintesi ne nella vigna ne in cantina.

Questo vino è quindi il risultato della trasformazione naturale delle migliori uve di un dato appezzamento. In effetti, è quello che ogni vino dovrebbe essere…

Allora il problema non dovrebbero essere i nostri vini. Piuttosto quella burocrazia che non obbliga i produttori ad indicare sull’etichetta delle loro bottiglie quello che hanno veramente usato per fare il loro vino.

Se si avesse questa trasparenza saremmo tutti meglio protetti, in particolare i consumatori, e non cercheremmo aggettivi come naturale per spiegare i nostri vini…»

Il processo alla trasparenza

In Francia il vignaiolo Angevin Olivier Cousin aspeta il suo giudizio il prossimo marzo: rischia decine di migliaia di euro di multa e due anni di prigione per avere, in breve, scritto « Anjou » – il nome di una denominazione il cui uso è regolamentato – sui suoi vini da tavola naturali che sono d’altra parte internazionalmente riconosciuti.

Da parte sua una provocazione che gli costa un processo in piena logica amministrativa, ma che permetterà forse di aprire il dibattito su questa disinformazione organizzata attorno al vino e ai suoi additivi: a quando la fine delle informazioni zero in etichetta?

Compreso, ricorda il vignaiolo incriminato, per i vini a denominazione (DOC) che risultano essere il non plus ultra:

«Le denominazioni (AOC/DOC) si guardano bene dall’avvertire il consumatore dell’uso dei prodotti chimici.»

Perché la trasparenza alimentare riguarda il contenuto dei nostri bicchieri così come quello dei nostri piatti. E il vino naturale ha il vantaggio di ricordarcelo.

 


Traduzione a cura di Barbara Pulliero

Potete leggere l’articolo originale in francese qui: “Ne l’appelons pas vin naturel mais vin transparent”

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