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San Fereolo is freeskiers friendly, articolo di Nicoletta Bocca

“Quella biologica e biodinamica è un’agricoltura dell’esperienza, come è sempre stata l’agricoltura fino a pochi decenni fa, fino a quando hanno incominciato a venderci un’agricoltura della certezza.”

La biodinamica crea movimento di cuore e di testa, riesce a creare brecce di comprensione, a modificare la percezione del mondo così come sono abituata a leggerlo. Un giorno (chissà… ) anche il mio orto di casa vedrà una cura diversa, per ora approfitto di queste aperture per comprendere meglio. E  proprio in quest’ottica invito a leggere quello che ha scritto Nicoletta Bocca, titolare di San Fereolo, per il quotidiano Repubblica in un articolo pubblicato il 23 marzo 2014 che riprendiamo integralmente con il suo “titolo di battaglia”.

San Fereolo is freeskiers friendly, articolo di Nicoletta Bocca

I vigneti di San Fereolo a Dogliani (Piemonte)

Mi ricordo quella volta che Pietro ha mostrato a suo nonno un video in cui Pep Fujas si lanciava con degli sci a doppia punta giù da una montagna, arrivava davanti ad un muro di roccia altissimo, lo saltava girando su se stesso inclinato un po’ di lato, rodeo 540 credo, e atterrava nella neve fresca incominciando a sciare all’indietro. Mio padre, che era cresciuto coi kandahar e gli sci di legno, aveva guardato il video in silenzio, immobile, e poi senza nemmeno girarsi gli aveva detto, con quella voce come una frattura ricomposta di chi vorrebbe credere ma non può: “E’ tutto un trucco.”

Aveva ragione: finché uno non fa sua l’esperienza, le cose sembrano impossibili. E quella biologica e biodinamica è un’ agricoltura dell’esperienza, come è sempre stata l’agricoltura fino a pochi decenni fa, fino a quando hanno incominciato a venderci un’agricoltura della certezza. Ancora oggi, in certe annate, ci sono i viticoltori come te che sostengono che chi fa biologico o biodinamico non raccoglierà nulla e se raccoglie è perché ha barato. C’è incredulità, paura, e sopratutto la sensazione di non fare le cose come andrebbero fatte, di trascurare le vigne, di non dare il massimo, quando invece una buona agricoltura biodinamica richiede un livello di attenzione e di ascolto sempre in perfezionamento, dove intervenire in apparenza il minimo è il modo migliore per dare il massimo. E’ una strada percorribile senza troppi problemi, se le posizioni sono vocate, che richiede più ore di lavoro, ma che ripaga con il piacere e l’entusiasmo per un mestiere trasformato in arte che si ritrasmette alle cose che da quella realtà nascono.

Io alla biodinamica sono arrivata dopo dodici anni impiegati ad imparare un lavoro che non era il mio, con una formazione classica alle spalle, in vigna e in cantina.Questo mi ha aiutato ad avere basi e conoscenze che forse, chi ha cominciato subito da una agricoltura alternativa, non aveva. A volte invece mi ha ostacolato, perché il segno che lascia è profondo e certe libertà di osservazione e di ragionamento, non ti vengono più istintive, tendi a cadere di nuovo nelle formule, a volerle. Un’osservazione goetheanistica non sai neanche da che parte cominciare a farla e scopri che hai perso sensibilità alla semiotica naturale, quella capacità che hanno i grandi e rari medici diagnostici di riconoscere, da pochi segni, la malattia ‘a vista’. Ricordo che quando ho cominciato, avevo letto su Porthos un intervista a Noel Pinguet che diceva che nella sua vigna le foglie avevano un verde più luminoso e trasparente, un portamento degli apici più eretto. Non si spiegava come, ma era così. Alla sera andavo a sedermi sotto la chiesa dove la mia vigna confina con quella del mio vicino e si poteva fare un confronto. A volte mi sembrava che sì, ci fosse differenza, poi mi dicevo che era il sole al tramonto che creava quell’effetto, poi che era meno azoto nel terreno, poi alla fine a furia di guardare non vedevo più niente e tornavo a casa. Ma sono sempre andata avanti. Adesso che sono passati dieci anni non so se le foglie siano di un verde diverso, semplicemente non le guardo più perché ormai sono la mia testa e il mio sguardo, che sono cambiati, è una percezione di assieme che lavora coralmente, non una percezione indiziaria frammentata.

Nel biodinamico, rispetto al biologico che rimane ancorato a una materia da poter pesare e calcolare, si lavora molto di più su elementi che non sono misurabili e percepibili facilmente, sulle forze eteriche, sulla morfologia, un ambito in cui la fretta del risultato va dimenticata, anche se risultati ce ne sono da subito, e sono risultati ‘corali’. L’ho visto nel San Fereolo, in cui le uve, anno dopo anno, hanno avuto sempre meno bisogno di me in cantina, come un figlio che cresce bene; in cui il vino ritrova da solo gli equilibri interni fra energia acida, frutto, tannino ribilanciandosi per conto suo e restituendo l’annata e il luogo con maggior individualità e intensità. Del resto la biodinamica non dovrebbe aspirare ad essere un risultato, ma solo un mezzo attraverso il quale cerchiamo di raggiungere la verità che un territorio riesce ad esprimere nello stato di grazia del minor numero di interferenze possibili.

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