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Il Cerchio… della natura, vino biologico tra la Maremma e il mare intervista con Corinna Vincenzi

“Il coltivare biologico e consumare prodotti biologici significa anche rispettare l’ambiente che hai attorno, perché non inquini, non lo distruggi, entri a fare parte del cerchio della natura. Da qui nasce il nome della mia azienda…” così Corinna Vincenzi, titolare dell’azienda agricola biologica Il Cerchio, introduce il suo lavoro in campagna tra la Maremma e il mare… i vigneti di azienda agricola biologica il cerchio

Potresti raccontarci come sei arrivata in Maremma ad occuparti di questa azienda agricola?

Sono originaria di Milano dove avevo uno studio di urbanistica e architettura. Ho iniziato a conoscere questi posti venendoci in vacanza con mio marito a metà degli anni Settanta. Nel 1988 abbiamo cercato una casa in campagna per trascorrvi le vacanze e con l’idea di poterci trasferire qui una volta in pensione. Ma qui c’erano solo poderi nati dalla divisione dei latifondi fatta negli anni Cinquanta con la riforma agraria e che nel 1988 non potevano ancora essere divisi. Abbiamo trovato la casa che cercavamo, ma abbiamo dovuto acquistarla con il terreno annesso che comprendeva oltre al seminativo anche un piccolo vigneto e un uliveto. Dal momento che i terreni c’erano abbiamo iniziato, con l’aiuto di un vecchio contadino del posto, a prendercene cura, abbiamo ripiantato ulivi e viti e all’inizio venivamo giu solo per le raccolte principali. Ho fatto avanti e indietro per 4 anni, via via ho imparato tante cose e mi sono resa conto che qui a fare questo lavoro stavo bene. Così a un certo punto ho proposto alla mia famiglia di trasferirci e questo è avvenuto nel 1992.

Hai subito iniziato a lavorare i tuoi terreni seguendo l’agricoltura biologica, puoi spiegarci quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a questa scelta?

All’inizio non avevo una certificazione biologica, ma comunque la praticavo perché culturalmente la mia idea di agricoltura era già in questi termini. Quando sono venuta qui l’ho messa in pratica e ho coltivato i rapporti attorno a me, ho conosciuto il Coordinamento Toscano Produttori Biologici (CTPB) da cui è poi nata AIAB e per 4/5 anni a livello di volontariato ho fatto parte del direttivo regionale, cosa che ho dovuto lasciare perché mano a mano che cresceva l’azienda avevo meno tempo. Perché mi sono avvicinata… penso sia molto semplice: amo molto la natura e quello che ho intorno, non sono religiosa ma trovo in quello che mi sta intorno, negli elementi naturali un equilibrio e una “magia” che è sempre una scoperta tutti i giorni, quando mi alzo al mattino e guardo quello che ho intorno mi predispongo bene alla giornata. Il coltivare biologico, consumare prodotti biologici significa anche rispettare l’ambiente che hai attorno, perché non inquini, non lo distruggi, entri a fare parte del cerchio della natura. Da qui nasce il nome della mia azienda, il Cerchio. L’uomo come parte della natura e non come prevaricatore. grappolo di ansonica presso l'azienda biologica il cerchio Usando la chimica come è stata usata dagli anni Cinquanta in poi si distrugge tutto. Prima di me in questo podere c’era un contadino che coltivava pomodori in agricoltura convenzionale, nella parte di terreno che usava per questo non c’era più niente, l’ho messo a riposo per 5 anni per farlo tornare vivo. La terra ti da quello di cui hai bisogno per le coltivazioni, non hai bisogno di spingerla. Bisogna rientrare in un equilibrio complessivo, un equilibrio che riguarda anche il sociale quando non si vogliono prevaricazione e distruzione che si esprimono anche nei rapporti umani e economici, anche in macroaree e non solo in contesti minori. Per me il biologico è anche un agire sociale, non solo agricolo, è una forma di rispetto: o tu essere umano torni nel ciclo naturale del mondo che ti circonda o alla fine come hai distrutto vieni distrutto.

Per i tuoi vini hai scelto di lavorare sui vitigni autoctoni anche questo ha a che fare con il tipo di agricoltura che pratichi?

In un certo senso si… La vite è una pianta viva che ha un suo habitat in cui sta bene, i vitigni autoctoni sono quelli che da sempre o tanto tempo tempo vivono in quell’ambiente e vi si sono adattati bene. L’Ansonica ad esempio è un vitigno tipico delle coste mediterranee, di origine orientale, ma si coltiva da secoli anche in Sicilia (dove viene chiamato Inzolia) ed è stato portato sull’isola d’Elba, sull’isola del Giglio e sulle coste dell’Argentario nel XVI secolo, all’epoca dello Stato dei Presidi, un tempo davvero lungo, quindi… Sono sommelier professionista da tanti anni e amo sentire le caratteristiche di un vino, qui in Italia abbiamo una quantità di vitigni unica al mondo, la Francia non ci si avvicina neppure. Renderli tutti uguali, tutti omologati, è un vero e proprio delitto, tenerli puliti nelle proprie caratteristiche è una grande ricchezza che va mantenuta e che da una marcia in più ai vini italiani. Ognuno faccia il suo vino nella sua zona con il suo vitigno, lo faccia bene e avrà un vino dalle caratteristiche diverse e uniche. L’omologazione è stupida, ti dicono che il mercato vuole prodotti omologati, ma cos’è il mercato se non il gusto dei consumatori? E il gusto delle persone può essere educato, è stupido che ci si omologhi perché qualcuno ha detto che deve essere così. E’ più difficile ma si può e si deve fare: il consumatore sta capendo e sta facendo delle scelte. grappolo di ansonica presso l'azienda biologica il cerchio Ho iniziato a fare il vino nel 1993, prima con l’aiuto amichevole di Attilio Pagli, enologo che ha poi messo in piedi il Gruppo Matura, mentre ora siamo abbastanza autonomi nella vinificazione. Ci siamo assestati sulla vinificazione dell’Ansonica, che ha ottenuto la DOC nel 1995, cercando di mantenere le sue caratteristiche tradizionali. Stesso discorso per il nostro vino rosso che abbiamo scelto di fare vinificando solo vitigni autoctoni: Sangiovese e Alicante.

Una delle critiche che ho sentito rivolgere all’agricoltura biologica è quella che non riesce a sganciare l’azienda agricola dagli interessi delle aziende chimiche e renderla autonoma, cosa ne pensi?

E’ vero che usiamo prodotti che dobbiamo acquistare fuori dalla nostra azienda, ed è vero che i produttori biodinamici possono fare da soli alcune cose ma molti acquistano comunque fuori. Se hai un piccolo appezzamento di terreno puoi anche non dipendere dall’industria ma oltre una certa dimensione non si riesce o è molto faticoso. Inoltre il problema della dipendenza dall’industria oggi è probabilmente legato al fatto che la stessa industria propone sia la linea biologica che la linea chimica, questo avviene perché l’agricoltura biologica è ancora un settore limitato, ma cosa succederebbe se l’intera Toscana, ad esempio, usasse solo il metodo dell’agricoltura biologica? L’agricoltura biologica ci serve in questo momento, perché si riesce a farla capire anche alle persone che lavorano in agricoltura convenzionale. In agricoltura biologica si utilizzano mezzi tecnici che fecevano parte dell’agricoltura tradizonale prima dell’introduzione della grande chimica e dell’agricoltura di massa. Le persone anziane che ancora lavorano in agricoltura ritrovano nel biologico metodi che utilizzavano loro stessi o i loro genitori ed è più facile da capire rispetto all’agricoltura biodinamica. Ad esempio, il contadino che ha insegnato a me a fare agricoltura, che mi aveva preso in custodia e mi ha dato una mano nei primi anni, adesso ha 80 anni, è nato contadino, da famiglia contadina, veniva da un ‘agricoltura tradizionale e conosceva metodi tradizionali. Con la chimica e il boom dell’agricoltura di massa ha iniziato a lavorare la terra in un’altro modo ed è andato avanti così per anni. Poi arriviamo noi e gli diciamo che vogliamo coltivare la nostra terra con l’agricoltura biologica. “E allora non fate niente?” ci chiede e noi gli rispondiamo che mettiamo il concime organico invece di quello chimico. All’inizio era scettico, ribatteva che avremmo avuto raccolti quantitativamente inferiori e io gli dicevo che questo non mi importava ma che avremmo avuto del grano molto più buono. Col tempo ha visto i risultati e ha iniziato anche nei suoi campi a ridurre l’uso della chimica fino ad eliminarla completamente. Si è convinto confrontandosi con i risultati. Forse bisogna solo credere nella propria diversità, nella diversità delle scelte che vanno contro corrente, magari il tuo prodotto all’inizio non viene capito, magari fai una scelta che sembra snob, ma alla fine viene capito. Anche la scelta del prezzo sorgente, di non accettare tirate di collo dalla grande distribuzione (dovrei riuscire a produrre tantissimo per poter sopravvivere vendendo il mio prodotto al prezzo che mi propongono) è un passo verso il cambiamento totalmente le regole del gioco: cerco i canali per vendere il mio prodotto a un prezzo accettabile che mi fa vivere ma vendendo una cosa sana. All’inizio è difficile ma non è che uno deve scegliere sempre solo le strade più facili nella vita! Anche fare agricoltura biologica è più faticoso perché c’è più lavoro manuale, devi fare più trattamenti, quest’anno ad esempio c’è erba ovunque, attorno a me hanno buttato quintali di diserbante, io invece devo aspettare che si asciughi il terreno, andare a ripassare, ma io non pesto quello che ho sotto i piedi, voglio vedere un po’ più in là. E’ una scelta che costa fatica ed energia, ma la fai perché sei convinta che sia quella giusta… tutto quel diserbante, solo per fare un esempio, va va a finire nel terreno, nelle falde acquifere, te lo bevi comunque…