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Il grande sole di San Fereolo, splendidi vini di Dogliani

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Splende sulle etichette del Dolcetto di Dogliani che prende il nome dell’azienda, il San Fereolo. Splende sulle colline di Langa dove i vigneti di San Fereolo fanno crescere e maturare i grappoli che diventeranno vino. Parliamo del sole ovviamente, il sole che Nicoletta Bocca ha scelto come segno distintivo della propria azienda e del proprio vino principale, una sorta di ringraziamento alla forza che fa muovere il mondo o una dichiarazione d’intenti. Siamo andati a conoscere il luogo dove nascono questi vini di grande carattere, una ripida collina poco fuori Dogliani, una strada che termina proprio là dove la cappella dedicata al Santo Fereolo si apre sul bellissimo paesaggio piemontese.

Il percorso che ha portato Nicoletta Bocca a scegliere la biodinamica come modalità di lavoro in vigna, è stato lungo e tortuoso, come le strade che si percorrono in collina o in montagna, mai una linea retta. Su questa strada ha incontrato molte persone e molte idee, ha trovato molti compagni di strada a cominciare dai vignaioli piemontesi, i vignaioli di Dogliani a cui si sente molto legata sia dal fatto di lavorare su un unico territorio sia per la loro sensibilità verso la vigna e il lavoro contadino.

sanfereolo-nicoletta-boccaCosì racconta Nicoletta: “Ancora oggi ho più legami con il mio territorio e con i produttori di Dogliani che non con i produttori di vini naturali. C’è una coesione molto forte dettata dal fatto che è un territorio che sta lottando per sopravvivere, che sta lottando per creare un’economia, per tenere la gente lì, per evitare che le vigne vengano abbandonate e che si vada a lavorare alla Ferrero e alla Miroglio. C’è un grosso senso della realtà, bisogna portare l’uva in cascina, e questo mi lega molto alle persone che mi circondano. Ciascuno di noi ha diverse interpretazioni può darsi del vigneto o del vino da fare, ma sappiamo che siamo una squadra che sta lavorando per una denominazione.”

Dogliani è un territorio considerato minore: sulle colline di Langa proprio di fianco a Barolo, il gigante italiano. Qui il dolcetto trova una delle proprie migliori espressioni, ma il dolcetto è sempre stato considerato il vino di tutti i giorni a fianco di quel potente nebbiolo della domenica… E così nel corso del tempo ci si è dimenticati che era il dolcetto che dava da mangiare a tante famiglie piemontesi, non il nebbiolo di cui anche nei migliori ristoranti volevano solo poche bottiglie, quasi per fare un favore al produttore. Ma bevendo il dolcetto San Fereolo non ci si trova di fronte a un vino quotidiano: sono vini intensi, spessi, che crescono nel tempo grazie all’affinamento in bottiglia. Altra strada è stata scelta per il Valdibà dolcetto venduto dopo 6 mesi di affinamento in bottiglia, un vino più immediato ma altrettanto piacevole.

“Ho iniziato la coltivazione del vigneto in una zona molto avvantaggiata rispetto ad altre: la viticoltura piemontese è molto ben fatta e già molto rispettosa rispetto ad altre zone dove la differenza tra agricoltura convenzionale e biologica è assolutamente incisiva. Mi trovavo in un ambiente dove tutto sommato la scelta di orientarsi al biologico (o poi biodinamico) era più difficile, non sempre si capiva perché fare una scelta di questo tipo. La mia prima annata in biologico è stata una prova nel 2004, volevo capire se ero in grado di farlo perché per me la vita del mio vigneto e il rispetto del mio vigneto venivano prima di qualunque marchio si potesse metterci sopra.”

Dobbiamo ringraziare Nicoletta Bocca per avere esplorato le potenzialità del Dolcetto e per essersi presa cura di un pezzo di questo territorio a cominciare dal recupero delle vecchie vigne: “La maggior parte dei vigneti che oggi costituiscono San Fereolo sono preesistenti, sono vigne di una certa età che cercavo di recuperare, ho in conduzione vigne di 70 anni. Una delle ragioni per cui sono arrivata lì era dimostrare a me stessa che ero in grado di prendermi cura e di accudire, che ero in grado di tenere in vita queste vecchie vigne e di salvarle dall’oblio. Quando nel 1999 è nato mio figlio Pietro ho piantato 4 ettari di vigne nuove e mi sono accorta che potevo dare una nuova vita. E’ stata una grande svolta sia per me personalmente, sia perché ho capito che potevo con rispetto e devozione modificare la geografia del luogo, piantare un vigneto, si, ma anche togliere quella vecchia pianta di melo cadente che prima avrei conservato a tutti i costi dicendo “la tolgo perché è vecchia ma ne posso piantare un’altra”. Ho potuto essere un po più artefice di quello che facevo.”

San Fereolo è un’azienda di 12 ettari, accanto al corpo principale si sono aggiunti anno dopo anno terreni che avevano valore dal punto di vista vitivinicolo ma che la gente stava abbandonando: “Non è un corpo unico – racconta Nicoletta Bocca – non è comoda, ma questa composizione consente di suddividere i lavori perché le reazioni al clima sono diverse e fornisce un caleidoscopio del territorio interessante.” Abbiamo visitato in questa difficile annata i vigneti che circondano il corpo principale dell’azienda: vigne sane, grappoli che si avviavano alla maturazione, terreni che hanno beneficiato di anni di lavorazione in biodinamica e che sono molto più morbidi, meno compatti, della vigna confinante.

La cantina è un vero gioiello, si insinua nel fianco della collina creando una tana protetta per il vino che lì nasce, cresce e matura. Se là fuori sulla porta di ingresso siamo nel regno del sole, qui entriamo nel grembo della terra, forme morbide, rotonde, il soffitto di travi di legno che come onde corrono sulle nostre teste (durante la progettazione è stata presa ispirazione da una chiesa vista in Norvegia). La scelta di una cantina interrata è certamente funzionale, in questo modo infatti c’è una regolazione termica naturale, ma il suo aspetto fa nascere il sospetto che l’approccio biodinamico appartenesse a Nicoletta Bocca e a San Fereolo ben prima che ne applicasse i metodi al lavoro in vigna e in cantina.