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L’enologo errante: Aldo Venco racconta la propria esperienza attraverso i territori del vino

vigneti dell'oltrepo pavese Nelle varie discussioni sulla tipicità dei vini, capita di sentir dire a volte che anche l’enologo deve essere radicato nel territorio, nel senso che deve lavorare solo in una determinata zona, in modo di adattarsi alle caratteristiche di questa. Personalmente è un concetto che non mi suona bene, o almeno che non mi trova completamente d’accordo: troppi vini di caratterre internazionale sono prodotti da enologi legati a una determinata zona. Per questo abbiamo sentito il parere di un “enologo errante”, Aldo Venco, che oggi esercita la libera professione nella sua terra d’origine, l’Oltrepò Pavese, ma anche nel piacentino, in Valtellina e in Istria. Terre ed uve diverse, una ricetta sola, parrebbe un controsenso ma è così. Il suo segreto è l’impiego di tecniche di vinificazione non invasive, tutto qui. Un’analisi attenta delle uve che arrivano in cantina e niente promesse di “miracoli”. Aldo pensa, e in questo mi trovo d’accordo con lui, che il vino debba rispecchiare il volere ed i gusti del responsabile dell’azienda, non quelli del tecnico di cantina. Quindi, aggiungo io, il tecnico deve dimostrare grandi doti umane oltre che tecniche ed è importantissimo che si crei tra le due persone una forte empatia che consenta al tecnico di interpretare in modo corretto gli intenti del titolare dell’azienda vitivinicola. L’enologo e il titolare dell’azienda devono scegliersi reciprocamente, deve esserci una forte intesa. Tecnicamente non è poi così difficile stare enologicamente sul territorio e come dicevamo prima l’uso di tecniche non invasive è importante. Lieviti autoctoni o neutri, scelta e dosaggio degli eventuali legni, rispetto delle peculiarità dei vitigni. Il resto sono i piccoli accorgimenti di buona pratica enologica, tante piccole attenzioni che ci devono essere per ottenere un prodotto degno di essere chiamato vino. Aldo Venco ha studiato enologia ad Alba, si è fatto tecnicamente le ossa, in una grande cantina del Gavi, per poi passare alla libera professione. Oggi ha una società di consulenza enologica, Ampelidea, in società con l’agronomo Beppe Zatti. I vini delle aziende con cui Aldo Venco collabora hanno ricevuto molti riconoscimenti importanti, ma quello che più mi piace in loro, è che si sente la terra d’origine: vini decisi ben caratterizzati, mai simili uno all’altro. Una bellissima caratteristica di Aldo Venco-uomo è la capacità di accettare sfide quasi impossibili, ad esempio la valorizzazione di vitigni autoctoni quasi scomparsi, un progetto che sta portando avanti nei territori dell’Alto Lario con un interessante vitigno a bacca bianca, il Domasino, seguire una rete di piccolissimi produttori in Valtellina, che praticano una viticultura eroica di montagna, accompagnandoli nella crescita verso la qualità. Tiro le fila e concludo, non è facile per l’enologo fare vini di territorio, forse è più difficile ancora quando l’enologo è “errante”, ma è possibile. Aldo Venco ne è la dimostrazione.