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Il vignaiolo come custode dei saperi locali, tradizionali, comunitari

Riprendiamo qui l’intervento di Corrado Dottori, vignaiolo marchigiano de La Distesa, tenuto il 4 marzo 2011 alla tavola rotonda Vignaiolo bene comune, la viticoltura come presidio del territorio.

“…Lo so, me ne rendo conto: il mio è il sogno di una controrivoluzione. Ma è un sogno di cui, assolutamente, non possiamo fare a meno. Forse, nella stessa misura in cui riusciremo a trasformare questo sogno del vino genuino e artigianale in una realtà, riusciremo anche ad arginare, e poi ad annullare, lo spaventoso progresso degli inquinamenti dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, dei fiumi, delle spiagge e delle campagne, tutto il veleno che ci minaccia di morte…”

Mario Soldati scriveva queste righe nel 1970 in “Vino al vino”. Il trenta per cento delle persone erano ancora occupate in agricoltura, eppure già vi era, perlomeno in alcuni intellettuali, una sensibilità rispetto ad alcuni temi.
corrado dottoriOggi in Italia solo circa il tre per cento della popolazione è occupato in agricoltura. Nessuno.

L’italia, il paese del buon cibo, importa cibo da tutto il mondo. Non solo cibi esotici. No. Importiamo grano. Importiamo frutta e verdura. Importiamo carne.

Quello che è avvenuto in agricoltura negli ultimi cinquant’anni racconta il nostro mondo. Racconta lo sviluppo. Racconta il capitalismo.

Personalmente ho affrontato questa realtà fin dai tempi dell’università. Le teorie dello sviluppo mi hanno dapprima irresistibilmente attratto. E infine, poi, tremendamente spaventato. Modelli che tracciano strade. Equazioni e variabili che spiegano il passato o predicono il futuro. A seconda di come si voglia leggere la questione.

Come il modello di Lewis – anni Cinquanta – perfettamente in grado di interpetare ciò che generalmente accade nelle prime fasi dello “sviluppo”: industrializzazione in agricoltura, aumento della produttività nel settore primario, eccedenza di manodopera in quel settore, migrazione verso le città industriali. Che poi le città diventino bidonvilles oppure metropoli più o meno abitabili dipende da una miriade di fattori, politici e sociali.
Ma ci sono passati tutti. Che si trattasse del “democratico” capitalismo occidentale o dell’illiberale capitalismo di Stato socialista. Ricordo Marx, in merito alla nascita del capitalismo: “L’espropriazione dei produttori rurali, dei contadini, e la loro espulsione dalle terre costituisce il fondamento di tutto il processo“.

Il fatto è che quando questo processo di spopolamento delle campagne avviene con velocità eccessiva gli squilibri si moltiplicano: i prezzi delle terre cadono, diventando appetibili per investitori esterni al mondo agricolo; la produzione di cibo, nonostante l’aumento della produttività, si riduce troppo rispetto alla fame di città sempre più grandi. E così si ricorre al mercato internazionale. Ecco perché il prezzo del grano risente della borsa di Chicago.
Tutto si tiene. I supermercati delle città sempre più pieni di cibo industriale; i terreni agricoli sempre più lottizzati e cementificati; l’agricoltura sempre più intensiva e chimica per poter abbattere i costi e “stare sul mercato”; l’appropriazione delle sementi, non più selezionate e riprodotte dai contadini, da parte delle multinazionali; la genetica; la diminuzione di biodiversità. Tutto ciò nasce e deriva dalla dissoluzione del mondo contadino. Ovunque nel mondo.

Chiarisco: nessuno rimpiange il mondo della sussistenza. Il mondo rurale della povertà diffusa. L’analfabetismo. Gli stenti. Certamente non io.

C’era, però, in quel mondo scomparso definitivamente, il senso della dignità, della responsabilità, della socialità. Ci sono pagine meravigliose di Pasolini sulla transizione dal mondo contadino al mondo industriale in Italia. Sulla perdita di identità e di cultura dovuta ad un modello che ha imposto in modo univoco ed a-critico una sola prospettiva di sviluppo. Quella del consumo e della ricchezza materiale.
Ecco perché io credo che quando si parla di “vignaiolo” lo si debba fare innanzitutto pensando alla sua funzione, cioè proprio al suo ruolo di agricoltore ed al suo rapporto con la terra, prima ancora che pensando al prodotto del suo lavoro, cioè al vino.

La bellezza di certi nostri paesaggi italiani viene da una lunga storia, racconta una interazione di millenni fra uomo e natura: i boschi, i poderi coltivati, i fossi, le strade di campagne, le siepi. Nulla esisterebbe senza le generazioni di contadini che hanno custodito questa terra. La modernità se n’è accorta in ritardo. Quando i contadini non ci sono più.

Sì, perché la moderna civiltà industriale tutt’a un tratto si sta accorgendo che l’agricoltura non è solo un bacino di manodopera a basso costo. Che non può essere solo il luogo di produzione di generici cibi calorici per gli operai e gli impiegati delle città. Che non è solo il luogo da cui fuggire verso una globalizzazione omologante, ma anche il luogo dei saperi locali, tradizionali, comunitari.

La modernità lo scopre quando inizia a scomparire la foresta amazzonica. Quando aumenta il dissesto idrogeologico. Quando aumentano l’inquinamento e le emissioni. Quando diminuisce la qualità del cibo. Quando aumentano le allergie. Quando il paesaggio viene saccheggiato.

Quando forse è troppo tardi.

D’improvviso viene, cioè, scoperta la dimensione sociale dell’agricoltura. E però i custodi della terra non ci sono più. Al loro posto terzisti con giganteschi trattori da 200 cavalli. La civile modernità.

“Contadino” è stata, e spesso è ancora, una parola impronunciabile. Oppure offensiva. Specie in Italia. Abbiamo tutti nonni contadini, ma abbiamo voluto dimenticarlo.

Coltivatore diretto, imprenditore agricolo: queste sono le parole da utilizzare oggi in campagna. I contadini sono stati spazzati via, molto semplicemente. Chi è rimasto sulla terra è un imprenditore e deve ragionare da imprenditore. Costi e benefici. Economici. Così va la modernità. Dare un prezzo ad ogni cosa, compresa la natura. Il problema è che gli ecosistemi sono sistemi complessi, in continuo movimento, sfuggenti rispetto ai modelli ed alle statistiche.

Eppure il mondo della ruralità contadina qualcosa lo aveva capito, in virtù di un rapporto privilegiato e simbiotico con la natura: chi coltiva la terra ha una responsabilità generazionale ed una responsabilità sociale.

Ecco come si esplicita la figura del vignaiolo-agricoltore come bene comune dell’intera società: responsabilità generazionale e sociale.

Il ciclo chiuso, le rotazioni, le selezioni massali, la regimazione delle acque, la manutenzioni dei boschi, la produzione di cibo sano e non adulterato. La cooperazione. Il ri-uso. Il riciclo. Non sono invenzioni della moderna ecologia o economia solidale. Sono state l’esempio storico di un equilibrato rapporto fra uomo e natura il cui cardine erano i contadini. L’agricoltura è stata per secoli pratica umana svolta nella natura e non contro la natura. Con la terra e non sulla terra.
La parabola dei contadini è finita in Occidente in virtù della progressiva mercantilizzazione delle relazioni sociali e produttive, su questo c’è da essere chiari e definitivi.

All’inizio del ventunesimo secolo, però, in tutto il mondo lavorano la terra ancora un miliardo e trecento milioni di persone. Tuttora l’Europa, le aree mediterranee in particolare, producono cibi di alta qualità in grado anche di carattterizzare culturalmente le comunità locali.

Una agricoltura totalmente meccanizzata, robotica, non è pensabile. Sta nella testa malata degli agro-economisti, forse. Sta nei modelli americani del cibo-spazzatura e nei progetti delle multinazionali della chimica e del cibo. L’umanità ha bisogno d’altro. Ha bisogno di sensibilità. Di una nuova contadinità che si diffonda anche nelle città. Diversa da quella di un tempo, forse, ma radicata nella società tutta. La preoccupazione per la terra deve accomunare agricoltori e consumatori, abitanti delle campagne e delle città. Il cibo, lungi dall’essere solo una merce liberamente circolante in tutto il globo, sradicata, alienata, marcata, deve tornare ad essere quel fondamentale legame socio-culturale fra mondo rurale e mondo urbano, prima base per lo sviluppo locale e le economie di prossimità.

Viviamo una post-modernità che ci dicono sempre più slegata anche dall’industria. Dopo i contadini tocca agli operai. Quella manodopera a basso costo, l’esercito di riserva di marxiana memoria, che un tempo proveniva dalle sottosviluppate campagne dei paesi occidentali oggi viene sempre più dai paesi in via di sviluppo. Il capitale, che nel secolo scorso si muoveva all’interno delle nazioni progredite, oggi muove verso altri locali, altre economie, altre società. La crisi globale modificherà totalmente gli equilibri industriali e finanziari del pianeta.

Vogliamo continuare a costruire centri commerciali pieni di merci e cibo prodotti altrove e a finanziare col debito consumi sempre più inutili? Perché questo è ciò abbiamo fatto e che stiamo facendo, forse senza nemmeno accorgercene.

Oppure vogliamo investire in qualità della vita? Per noi e per i nostri figli… Spostare avanti il concetto di progresso. Cambiare modello. Modificare le coordinate delle nostre politiche economiche.

Sono domande che qualunque agricoltore del terzo millennio dovrebbe porsi nel proprio quotidiano.

In questo momento la Cina, l’India, così come alcune nazioni occidentali, comprano terra in Africa per 350 dollari all’ettaro o l’affittano con contratti molto lunghi per 1 dollaro all’ettaro. Programmano il futuro di un’agricoltura totalmente sganciate dai concetti di origine, di qualità, di cultura.

Le più importanti riserve d’acqua del mondo, in Sudamerica, sono in serio pericolo. I deserti avanzano. Anche nel fertile nordamerica. Un ulteriore aumento della temperatura media terrestre metterà in discussione “i granai dell’impero”.

Mai come oggi la partita per il futuro dell’umanità si gioca sulla terra. C’è un bisogno disperato di nuovi contadini. Di agricoltori consapevoli. Di piccole aziende famigliari sparse nel globo, custodi della terra, difensori di biodiversità, catturatrici di anidride carbonica, produttrici di cibo buono e sano per tutti, e non solo per i ricchi del pianeta. Protagonisti in definitiva di un nuovo modello di sviluppo.

Intervento di Corrado Dottori tenuto il 4 marzo 2011 a Piacenza