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Vignaiolo, come produttore di beni pubblici

Terza tappa della tavola rotonda “Vignaiolo bene comune, la viticoltura come presidio del territorio“. Riportiamo qui l’intervento del Prof. Gabriele Canali, docente di Economia Ambientale ed Agroalimentare presso l’Università Cattolica di Piacenza.   Gabriele Canali, docente di Economia agraria

Amo queste occasioni di confronto e questa vostra attenzione a modelli di sviluppo fuori dagli schemi mi sembra a maggior ragione interessante per gli stimoli che può dare. Sono un economista e parlo in termini economici ma riconosco il valore degli altri temi di cui ha preceduto. Parto da un punto già emerso ma che mi piace concretizzare in modo forte: noi abbiamo l’agricoltura e l’agroalimentare che ci siamo dati. Negli ultimi 50 anni abbiamo forgiato un modello facendo scelte di politica agricola e più in generale di politica economica. Noi siamo l’Unione Europea, noi abbiamo fatto le scelte dell’Unione Europea, noi eravamo e siamo là a dire si e a dire no.  Quindi riassumendoci questa responsabilità pienamente dobbiamo riconoscere che abbiamo fatto delle scelte, giuste o sbagliate che fossero, e che oggi possiamo farne delle altre. Siamo chiamati a fare scelte importantissime per lo sviluppo dell’agroalimentare nei prossimi mesi perché si sta discutendo della Politica Agricola Comune dopo il 2013 e il 2013 è domani. la politica agricola comune è una dimensione importantissima ed è lì che adesso dobbiamo e possiamo intervenire. Le politiche da qui al 2013 sono già definite, si tratta di applicare al meglio gli strumenti che abbiamo a disposizione, magari ricordandoci che quando le regole a livello europeo ci consentono di valorizzare la qualità e il basso impatto ambientale possiamo farlo. Possiamo farlo davvero o fingendo di parlare di qualità e di basso impatto ambientale e in realtà distribuendo noccioline, cioè distribuendo a pioggia in modo più o meno mirato a gruppi che non sono agricoltori, non sono contadini, sono altri soggetti che si trovano ad avere un po’ di terreni agricoli perché avendo tutti nonni contadini tutti ci troviamo ad avere un pezzettino di terra. Tuttosommato c’era modo di portare a casa qualche soldino più o meno sicuro senza fare niente o facendo una telefonata a un contoterzista, questo è stato uno degli effetti negativi della politica agricola che ci siamo dati.

L’agricoltura e la gestione del territorio

Nel 1992 l’irlandese Mc Sharry, allora Commissario per l’Agricoltura, preparando la riforma agricola riconosceva una cosa fondamentale: l’agricoltura dovrebbe svolgere due funzioni, una quella di produrre beni agroalimentari, la seconda quella della gestione del territorio. Nonostante l’affermazione cruciale e lungimirante questa posizione ha fatto un’estrema fatica ad affermarsi o si è tradotta in strumenti parziali e ancora oggi siamo qui ad interrogarci per il post 2013 sul come riconoscere questa seconda funzione dell’agricoltore. Come valorizzarla, quantificarla e riconoscerla economicamente perché gli agricoltori e i vignaioli possano essere stimolati a fare questo e non a fare un’agricoltura dal di fuori, stimolando un’agricoltura fatta da non contadini, da non vignaioli, cioè da soggetti che semplicemente con la telefonata fanno seminare qualcosa per avere il tal contributo. E’ questo che ci interessa e ci deve interessare, infatti la politica agricola e le scelte che noi facciamo hanno si un effetto immediato, ma anche un effetto più rilevante come dinamica che innescano. Certi elementi importanti di quelle politiche sono rimasti poco valutati. Riconosciamo che gestire bene il territorio ha ricadute enormi in termini di beni pubblici e ambientali, specie nei territori collinari e montani (ed è proprio in collina che maggiormente operano i vignaioli), eppure abbiamo fatto poca ricerca su questi temi e non abbiamo mai sviluppato quelle analisi di economia ambientale che ci permetterebbero di fare due conti circostanziati. Prendere un territorio e dire quanto vale economicamente, in termini monetari, quell’attività di gestione della superficie di queste colline e montagne, di gestione della regimazione idrica, la manutenzione del territorio evita costi mostruosi. Tutti lo sappiamo, ma non abbiamo mai fatto quel passaggio in più: abbiamo gli strumenti per misurare questi valori e ridare efficienza economica a un sistema e non stiamo parlando di efficienza dal punto di vista dei valori, ma brutalmente dal punto di vista economico. A questo aggiungiamo poi tutto il tema dei valori. Ma stiamo sprecando risorse, perché non stiamo valutando bene i danni che procura la mancata valorizzazione di questi beni e servizi pubblici. Quando un vignaiolo curando la sua vigna – prendiamo questo esempio perché è molto calzante – è costretto implicitamente a prendersi cura dei suoi versanti deve regimare le acque, controllare i flussi di fertilità, deve evitare che la parte migliore se ne vada a valle con le acque piovane. La sua ricchezza è quella fertilità immagazzinata nei primi centimetri di terreno. Allora non può che prendersi cura di quel territorio e in più produce qualcosa che chiamiamo paesaggio.

Il vignaiolo, generatore di paesaggio

Parliamo di turismo – se mi passate il termine – da incapaci: siamo il paese che è stato prima destinazione mondiale e potrebbe essere molto di più, ma cos’è il turismo nel nostro paese se non abbiamo il paesaggio agricolo e rurale che è frutto di centinaia e di migliaia di anni di lavoro? Il nostro non è un paesaggio naturale, salvo alcune aree, ma un territorio agricolo. Se noi non valorizziamo questo secondo prodotto del lavoro del vignaiolo e dell’agricoltore e non lo paghiamo con le risorse pubbliche, non facciamo cioè un’azione di giustizia economica e di riconoscimento di un valore economico vero che esiste ma che oggi non stiamo pagando, allora siamo inefficienti prima di tutto da un punto di vista economico. Ci accolliamo costi per la collettività che sono maggiori di quelli che affronteremmo con un investimento molto più limitato. Questa è la vera sfida che abbiamo. Se dobbiamo riconoscere questa sfida – e siamo già in ritardo di molti anni – dobbiamo tradurla in strumenti. Rischiamo di essere in ritardo anche su questo appuntamento del 2013 perché se non avremo strumenti e non ce li daremo negli spazi che sarebbero possibili anche oggi assisteremo sempre più e sempre più rapidamente a quel degrado del territorio rurale e dell’ambiente con costi crescenti che non ci possiamo più permettere proprio dal punto di vista economico. Dopo il nostro PIL crolla… Crolla perché le attività economiche crollano, perché il territorio non è più in grado di mantenerle, nemmeno di supportarle fisicamente. Perché non c’è nemmeno più il posto asciutto dove possiamo mettere una fabbrica per farla lavorare. Nemmeno questa funzione banale riusciamo a tutelare. Riconoscere che la presenza attiva dei contadini, degli agricoltori, di imprese agricole che svolgono il proprio lavoro ma che nello stesso tempo gestiscono un territorio soprattutto nelle zone collinari e montane è ciò che fa la differenza. La battuta che faccio sempre ai miei studenti è “Quando gli agricoltori dalla montagna vengono a valle, la montagna affezionata li segue” e questo è un dato grave. Allora abbiamo bisogno di tenere là chi là c’è, chi conosce, chi ha la conoscenza di quei micro contesti territoriali ed è in grado di agire in modo appropriato. Dobbiamo investire molto di più se dobbiamo pagare fior di ingegneri che vadano, studino, questi servono se si possono avvantaggiare di quelle presenze, di quelle conoscenze molte volte informali che non dobbiamo perdere perché sono la differenza tra un intervento che costa 10 e un intervento che costa 100 o 1000. Valorizzare il lavoro agricolo di salvaguardia del territorio Tutto questo ha bisogno di trovare una sua valorizzazione, se non lo facciamo di fatto paghiamo gli agricoltori per il prodotto più appariscente, più piccolo e non lo stiamo pagando per il prodotto più importante – in termini economici – per la collettività. E se non lo paghiamo l’agricoltore fa i conti, scopre – come ha già scoperto – che non ci sta dentro in questi contesti e se ne va, abbandona. Una realtà contrastata giusto dai vignaioli perché la produzione vitivinicola riesce ancora a dare un reddito interessante. Questo aspetto è di assoluta rilevanza, nel caso del vigneto il prodotto principale è riuscito a pagare un po’ di più e a motivare la presenza dei vignaioli sul territorio. Ora questo non è detto che basti: magari qualcuno che ha un bel vigneto ma sopra di lui c’è qualcuno che fa qualcos’altro, fa infiltrare l’acqua e smottare l’intero versante. Anche l’attività del vignaiolo si trova nella stessa situazione di mancato riconoscimento della sua funzione economica per la collettività che verifichiamo per tutti i settori dell’attività agricola. Ma in mancanza di poliche agricole che prevedano il riconoscimento economico di questo lavoro sono inevitabili disastri ancora peggiori di quelli attuali. La cultura contadina aveva la percezione chiara che c’erano dei beni comuni collettivi  che andavano tutelati e la gente del posto non si occupava solo del mantenimento delle proprietà ma anche delle aree demaniali e se qualcuno chiamava per un’emergenza tutti accorrevano. Nel settore vitivinicolo abbiamo la grandissima fortuna del nostro ampio patrimonio storico di colture e di culture, di varietà. Questo ci consente di sopravvivere in momenti di crisi con risultati economici eccellenti. Ancora nel 2009 le nostre esportazioni di vino sono state di 3,6 miliardi di euro. Stiamo parlando di esportazioni in anni di crisi. Il settore vitivinicolo ha una ricchezza e una potenzialità ancora largamente inespresse. All’estero vendiamo ancora molto vino sfuso e vini che non arrivano ancora sui mercati esteri, significa che questi possono ancora trovari spazi di valorizzazione. E abbiamo molte modalità produttive di vino che vanno valorizzate per tutti quegli aspetti qualitativi complessi che portano con se. Io non ho mai avuto un approccio ideologico verso differenti modalità produttive, guardiamo semplicemente al fatto che abbiamo diversi consumatori e cittadini che sono attenti a diversi aspetti qualitativi e ve ne sono tanti sempre più attenti a ciò che sta dietro al prodotto. Voi siete, con le vostre esperienze, un esempio di come dietro al prodotto si possano mettere dei valori che si traducono in una modalità produttiva che può e deve trovare un’opportuna fase di valorizzazione economica. Questa è una bella sfida, una sfida interessante: ogni azienda punta sui propri elementi di forza e se li gioca e per fortuna abbiamo clienti che sono sempre più attenti ad una pluralità di aspetti. Non si può definire la qualità di un prodotto agroalimentare a tavolino, non la si può semplicemente misurare. Addirittura certi prodotti dichiarano una qualità eccellente e se poi andiamo a misurare quello che si può misurare scopriamo che non la contengono. Ma è certo che il cibo e il vino si prestano a questa pluralità di valorizzazione e di percezione. Dobbiamo continuare a valorizzare i tanti vini e le tante modalità produttive che portano con se elementi di valore e di “qualità”. Qualità in senso ampio includendo anche quello che di storia e cultura un bicchiere di vino. Ma dobbiamo anche fare uno sforzo di identificazione, misurazione e riconoscimento economico di quelli che sono quei beni pubblici che il vignaiolo e l’agricoltore in generale possono e debbono dare alla collettività, perché la collettività – noi tutti – ha un estremo bisogno di questi beni pubblici. Questa sarebbe una politica agricola che tutti i cittadini condividerebbero e che in realtà stanno già chiedendo. Il tema vero è: riusciremo a far passare questa idea che ha una grande funzione in senso dinamico o sarà troppo difficile? Non so dare una risposta, perché modificare l’attuale distribuzione delle risorse non è facile. Di solito la gradualità aiuta, ma la gradualità serve se si va nella direzione giusta, allora prima di tutto penso che questi siano tempi buoni per lanciare da questa sede anche e da altre sedi una parola chiara in questa direzione: riconoscere i beni pubblici che il vignaiolo e l’agricoltore fanno per la collettività. E fare prima che un’azione culturale, prima che un’azione che ha un fondamento di valori un’azione che è razionale dal punto di vista economico. E questo è secondo me di un’importanza cruciale e far capire a chi è meno attento ad altri temi che vale la pena muoversi in questa direzione. A conclusione dell’intervento il moderatore della tavola rotonda Marco Arturi chiede: “Ci sono movimenti positivi in atto reali che lasciano presagire un miglioramento a breve termine in questo senso?” Prof. Canali: Più di un anno fa eminenti economisti agroalimentari europei hanno sottoscritto un documento in vista della discussione che si stava aprendo sulla nuova PAC post 2013. Esso sottolineava la necessità e l’urgenza di agire su questi beni e servizi ambientali e di riconoscere quelle che chiamiamo le esternalità positive dell’attività agricola come elemento prioritario. Quindi ci sono momenti di riflessione importanti anche a livello europeo, questo documento è stato offerto ai policy maker europei e ci sono tante attenzione e sensibilità in questa direzione, tante azioni che vorrebbero modulare il riconoscimento unico aziendale anche in funzione di questi beni e servizi ambientali che uno produce. Ma la vera sfida si ha poi quando si scrivono i regolamenti, cioè quando si passa dalle affermazioni di principio alla stesura materiale e quindi ai passaggi legislativi veri e propri. E’ lì che tutte le lobby intervengono, intervengono i paesi perché non vogliono perdere risorse rispetto all’allocazione precedente. Io immagino che dopo i paesi interverranno le regioni per non perdere l’allocazione di risorse. Se nella scrittura dei regolamenti nuovi non ci saranno le opportunità prima di tutto per valorizzare questi aspetti – ma prevedo che ci possano essere – sarà un problema, ma se ci saranno a livello nazionale e regionale si dovrà decidere come applicarle. Tante volte nel nostro paese non abbiamo saputo cogliere con attenzione le opportunità che venivano offerte dalla legislazione europea: possiamo prevedere 10 modalità ma se poi ne scegliamo 3 che sono vecchio stampo o che servono a compensare uno status quo precedente senza essere in grado di compensare il passaggio a una direzione auspicabile siamo al punto di partenza, lì sarà la vera sfida. Certo tenere aperto questo tema, tenerlo ben visibile e portarlo all’attenzione di tutti è importante. Anche perché su questo aspetto c’è una grande attenzione da parte della cittadinanza, perché qualunque cittadino sa bene di cosa stiamo parlando, capisce che se non curiamo la collina e la montagna questa viene a valle. Tutti si chiedono perché non stiamo curando le nostre montagne. La gara è aperta che a mio avviso va giocata.   Intervento del prof. Gabriele Canali tenuto a Piacenza il 4 marzo 2011 Articolo a cura di Barbara Pulliero