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L’avanzata del bio-business. Storia di fortuite e fortunate coincidenze

Il problema nasce nel 2003 quando i paesi emergenti strappano al WTO l’accordo sulla graduale eliminazione dei sussidi all’agricoltura. L’Europa è stato il maggiore erogatore mondiale di sussidi all’agricoltura dal secondo dopoguerra fino ad oggi. Attualmente è in discussione presso la Commissione Europea la nuova PAC (Politica Agricola Comune) che sarà in vigore dal 2014 al 2020, e il primo documento programmatico è stato diffuso dalla Commissione il 18 novembre scorso.

Obbligata dagli accordi WTO l’Europa deve orientare diversamente i propri sostegni all’agricoltura. La comunicazione delinea tre opzioni per il futuro orientamento della PAC, questa la terza: “abbandonare le misure di sostegno al reddito e le misure di mercato e concentrare l’azione sugli obiettivi in materia di ambiente e cambiamento climatico.” Soldi. Ancora una volta tutta l’attenzione che l’industria agroalimentare europea sta rivolgendo alla produzione agricola etica, rispettosa della terra, dell’ambiente e delle persone non è dovuta alla maturata consapevolezza di trovarsi sull’orlo del disastro ecologico, ma dai soldi. I soldi dei contribuenti europei andranno a quelle aziende che nei prossimi anni potranno presentare in allegato alle proprie domande di contributo le certificazioni biologiche, le certificazioni di basso impatto ambientale e tutta la carta possibile immaginabile che attesti il loro essere impegnati nel bio-business.

Già… e più gravosa sarà la burocrazia più basso sarà il rischio per le agro-industrie di vedersi sorpassare nell’erogazione dei contributi da piccole e medie imprese agricole, da contadini e artigiani. La produzione di carta è troppo onerosa per una piccola o media azienda agricola: per i piccoli produttori artigiani è meglio comprarsi un’imbottigliatrice da condividere tra 6 o 7 vicini di casa piuttosto che impelagarsi nell’infinita trafila burocratica delle richieste di contributo, erogazioni a consuntivo, anticipazioni bancarie (con relativi interessi da pagare). Meglio una chiacchierata al bar e una stretta di mano come usava un tempo.

Va da se che dei disciplinari di produzione troppo rigidi per ottenere la certificazione biologica non sono adatti all’agro-industria, sarà per questo che le lobby di potere spingono negli uffici europei per allargare le maglie di ciò che è permesso per ottenere la certificazione biologica? E i piccoli e medi produttori che hanno fatto scelte di qualità e che lavorano ogni giorno nel rispetto della terra solo perché ci credono, perché vogliono fare un lavoro serio che dia soddisfazione anche a chi alla fine il loro vino lo beve, beh… questi produttori si vedranno scavalcati da chi senza troppi scrupoli si atterrà (forse) alle maglie più larghe dei disciplinari per avere il suo bel marchietto bio-qualcosa da mettere ben in vista sullo scaffale del supermercato di turno.

Siamo ancora nel 2003. Luigi Veronelli crea a Milano il primo salone dei vini italiani di tradizione e di territorio: Critical Wine. Primo gesto collettivo dei vignaioli italiani che hanno posto in primo piano una propria differenza rispetto all’agro-industria e all’industria del vino che ha appiattito il gusto e rimodellato gli usi agricoli ed enologici sul modello industriale. Da allora è stata fatta tanta (tanta!!) strada, si è creata consapevolezza, si è riusciti con un duro lavoro comune a rieducare il gusto delle persone che bevono il vino sui sapori di vini veri, si è fatta informazione diretta sulle pratiche agricole e sui processi in cantina.

Siamo arrivati al punto in cui sono le persone che bevono il vino a cercare i vini autentici, i vini naturali, i vini nati dall’agricoltura biologica e biodinamica e più ancora da una filosofia biologica e biodinamica. Oggi l’affare si presenta appetitoso: da un lato i Consumatori chiedono i vini naturali, dall’altro la Commissione Europea da i soldi ai chi fa i vini naturali… Manca solo un pezzo: lo sdoganamento delle aziende del bio-business che vogliono saltare sul carro in corsa. Ed eccola qui l’occasione perfetta: l’eno(g)astronauta del Sole24Ore arriva sulla terra e con l’aiuto di un gruppo di operatori del settore, che gli forniscono la credibilità che gli manca, mette in piedi Semplicemente Uva. Semplicemente Uva non ha dialogato con i produttori, ha dialogato con i distributori e con le associazioni, con le camere di commercio e con i giornalisti.

Semplicemente Uva non ha scelto di conoscere, di capire e di cooperare, non ha scelto di rivolgersi al grande pubblico (è evidente vedendo le modalità proposte per l’accesso alle degustazioni). E’ una scelta rispettabilissima, ma che ancora una volta evidenzia qual è il centro di interesse: parlare con il Mercato escludendo i Consumatori finali, fare entrare nel bio-business aziende che producono 8.000.000 di bottiglie (contro le 160.000 di una delle più grandi aziende che producono con serietà vino da agricoltura biologica).

La concomitanza con Terra Trema, naturale evoluzione del Critical Wine veronelliano, è stata un’altra di queste fortuite e fortunate coincidenze: il gesto altezzoso e arrogante di Paolini di perseverare nell’errore (qualunque altro organizzatore di eventi accorgendosi dell’errore in un secondo momento avrebbe alzato il telefono se non altro per scusarsi) ha reso impossibile non porsi domande, non fare riflessioni. Mi auguro solo che questo episodio possa servire per tornare a ragionare sul senso del lavoro fatto da vignaioli, giornalisti, organizzatori in questi 10 anni e per andare avanti con orgoglio: è stato fatto un bellissimo lavoro, adesso bisogna solo stare attenti a non regalarlo ingenuamente a chi si occupa di vini [cosiddetti ] naturali.