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Il Dolcetto nelle terre del Piemonte un vino e un vitigno da riscoprire

Al di là dei pregiudizi e dei luoghi comuni, ben oltre le produzioni industriali e i tentativi di snaturamento, il Dolcetto può regalare grandi emozioni e vestire i panni del vino importante, anche a distanza di anni dalla vendemmia. E’ quanto ci ha confermato la degustazione che abbiamo organizzato il 5 maggio scorso a Novi Ligure ospiti di Cascina degli Ulivi.   Sul tavolo, campioni provenienti dalle zone di Alba, Dogliani, Ovada, Monferrato e Colli Tortonesi.

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A confrontarsi, scambiare impressioni e discutere, la redazione di Sorgentedelvino.it e alcuni produttori; tra loro, il “grande vecchio” del Dolcetto, quel Pino Ratto che continua a rappresentare un riferimento imprescindibile per chiunque voglia avvicinarsi a questo vino e al vitigno dal quale nasce. Poi Guido Zampaglione di Tenuta Grillo, Fabio Somazzi di Lo Zerbone, Alessandro Poretti di Valli Unite e il padrone di casa, Stefano Bellotti. La degustazione, le cui schede sono disponibili in un articolo a parte, ha avuto come protagonisti vini realizzati e concepiti per trasmettere in maniera quanto più possibile incontaminata le caratteristiche dell’uva e dei rispettivi territori d’origine. Lo precisiamo per spiegare come l’intento dell’iniziativa non fosse quello di fare il punto della situazione sul Dolcetto in generale, bensì quello di ragionare sulle produzioni naturali e sulle differenze tra zona e zona. Le bottiglie aperte ci hanno offerto, nel loro insieme, una panoramica ampia e soddisfacente riguardo alle reali potenzialità espressive di un vitigno troppo spesso sottovalutato o relegato nell’ambito del vino quotidiano. Abbiamo assaggiato vini dalla personalità ben definita, praticamente tutti caratterizzati da una buona bevibilità e dalle notevoli prospettive di conservazione. Dal confronto tra i produttori è emerso il ritratto di un vitigno molto sensibile alla siccità, agli sbalzi termici repentini – ricordiamo che si tratta di un’uva dal ciclo vegetativo breve – e particolarmente soggetto, a seconda delle annate, a oidio, peronospora e clorosi; un’uva che richiede il massimo delle attenzioni nel corso delle fasi di vinificazione e affinamento, specie perché non è difficile che sia soggetta a fenomeni di riduzione. Si è parlato anche di un vitigno versatile e poliedrico, capace di adattarsi a condizioni pedoclimatiche differenti con risultati sorprendenti.

Il Dolcetto di Ovada

  Dolcetto Gli Scarsi e Dolcetto Le Olive di Pino RattoMa cosa c’è dietro a un Dolcetto “importante”, quali scelte determinano la diversità tra questi vini e quelli (la maggioranza) più semplici, scontati, di pronta beva e poche pretese? A sentire Pino Ratto, il territorio è determinante ma non sufficiente: c’è da credergli, dal momento che i suoi prodotti, che svelano la propensione del Dolcetto ad acquisire eleganza con il passare degli anni, fanno registrare uno scarto sensibile in termini qualitativi e di durata rispetto alla quasi totalità degli altri vini dell’ovadese. Nel corso della degustazione Pino ha tirato fuori un suo vecchio cavallo di battaglia: “per fare un grande dolcetto occorrono almeno quindici cloni differenti – non importa quali, tra i settantuno reperibili”. Ma ha anche voluto sottolineare la necessità di saper aspettare il momento giusto per vendemmiare, benché non sia necessario a suo avviso che tutta l’uva abbia raggiunto un grado di maturazione omogeneo. E’ d’accordo con lui Fabio Somazzi dello Zerbone (vigna situata nella stessa vallata degli Scarsi di Ratto, solo un centinaio di metri più in basso, terreno tufaceo e argilloso ricco di calcio)  che rifugge quasi con orrore l’idea di un Dolcetto standardizzato; il suo, davvero interessante anche quando appena imbottigliato e ancora non in commercio, è un vino passato in acciaio e vetroresina, attraverso pochissimi travasi e rimontaggi. Non fosse per l’esposizione non eccelsa potrebbe avere forse più struttura.

Il Dolcetto nel Monferrato e a Barbaresco

  Un problema che di sicuro non riguarda il Pratoasciutto di Guido Zampaglione, inequivocabilmente naturale e refrattario ai compromessi. Altro territorio (terreno sciolto e drenante), altra filosofia: inevitabile imbattersi in vini come il suo 2006, risultato per certi versi ancora imbevibile perché profondamente emotivo e caratterizzato da sbalzi sensoriali, spigoli e imperfezioni. Ma il 2003, l’altro campione in degustazione, rappresenta la prospettiva di un Dolcetto del genere: corposo, complesso, di grande personalità e in fase evolutiva tutt’altro che esaurita. Un vino che ha bisogno di tempo e di affinamento in vetro, come del resto il 2008 di Baldo (Serafino) Rivella, un campione che nasce da uno dei più grandi cru della zona del Barbaresco, quel Montestefano che sta nel cuore di tutti gli amanti del nebbiolo. Si tratta di un prodotto langhetto al 100%: qui il Dolcetto – specie se realizzato in maniera pulita e tradizionale – non può che essere austero ed elegante, secondo la concezione classica, con qualche limite in termini di freschezza. A determinare la differenza rispetto alle altre zone sono dunque ancora le caratteristiche del territorio (nel caso del vino in questione valorizzate da una magnifica esposizione) ma anche la concezione culturale dell’approccio al vitigno.

Il Dolcetto a Dogliani e sui Colli Tortonesi

  Le bottiglie di dolcetto di San Fereolo, Lo Zerbone e altriUn discorso a parte è quello che riguarda Dogliani, denominazione rappresentata in degustazione dal San Fereolo di Nicoletta Bocca, annate 2001 e 2005. Terreni di medio impasto argilloso-calcareo, pendenze ideali ed esposizione alle correnti fresche provenienti dalle vicine Alpi: un terroir straordinario, dal quale prendono vita vini che – quando non mirano a scimmiottare altre realtà – sono capaci di stupire anche l’assaggiatore più navigato. Ne è un esempio proprio il San Fereolo, Dolcetto potente, sensuale e complesso, dalla personalità definita e dal notevole potenziale di invecchiamento. Un vino che, per quanto estraneo alle convenzioni, rappresenta una lettura appassionata di vitigno e territorio e che può raccontare assai bene quali siano le potenzialità di una zona talvolta sottovalutata e spesso svilita come il doglianese. Marne argilloso-calcaree, buona stabilità termica: i Colli di Tortona, più noti per prodotti come il Timorasso, possono regalare dolcetti di discreta capacità espressiva, con il giusto frutto, fisici e strutturati anche se magari non inarrivabili in quanto a finezza e freschezza. Anche in questo caso una notevole dimostrazione di durata nel tempo ci è stata offerta dal Diogene 2001 della cooperativa Valli Unite di Costa Vescovato, prodotto da vecchie vigne.

Il Dolcetto di Cascina degli Ulivi: terre bianche e terre rosse

  Tre bottiglie di Nibio di Cascina degli Ulivi, vino biodinamicoMa il Dolcetto dà probabilmente il suo meglio sulle “terre bianche” calcaree, anche se in questo caso ha quasi sempre bisogno un tempo più lungo per esprimersi: ne sa qualcosa Stefano Bellotti, che con i suoi vini si cimenta ogni anno in un confronto tra terreni differenti che ha dato vita a due dolcetti dalle caratteristiche ben definite. Il Nibiò Terre Rosse, prodotto da una vigna che sorge su un terreno ricco di ferro, è un vino potente, energico e strutturato, generoso ma forse un po’ freddo, che riesce ad esprimere il proprio potenziale con immediatezza. Il Nibiò Terre Bianche – figlio di un terreno argilloso e calcareo ricco di scheletro – chiede un periodo più lungo per evolvere e offrire il meglio, che consiste in un prodotto sicuramente più armonico ed espressivo, caratterizzato da un frutto capace di rimanere esuberante anche per un tempo davvero inconsueto. Di estremo interesse le suggestioni offerte da altri due vini di Bellotti: il Nibiò Pinolo 2006 e un Dolcetto 1990. Il primo, 660-1200 bottiglie a seconda dell’annata provenienti da una vigna messa a dimora nel 1921, è un prodotto da applausi capace di coniugare eleganza e potenza in un quadro caratterizzato da una piacevolezza che non cede nulla in termini di carattere. Il campione del ’90 lascia emergere ancora oggi una materia prima ineccepibile e una freschezza straordinaria a dispetto di una filosofia produttiva che non concepiva un periodo di macerazione superiore ai dieci giorni.

Una miniverticle dei cru di Pino Ratto

  Dolcetto Gli Scarsi e Dolcetto Le Olive di Pino RattoA chiudere una mini verticale dei cru di Pino Ratto che ha raccontato di due vini profondamente diversi, davvero figli del territorio. L’Olive (campioni in degustazione 1987 e 2003) è reso più gentile ed espressivo soprattutto dalla collocazione del vigneto in una vallata più ampia e arieggiata rispetto a quella degli Scarsi, dalla quale prende invece vita un vino maschio (assaggiati il 2000 e il 2006), caratterizzato da polifenoli aggressivi e da una grande solidità complessiva. Un Dolcetto che, per usare le parole dello stesso Pino Ratto, sa essere “maleducato”, arcigno e altezzoso.   Una carrellata di vini di estremo interesse, insomma, che è risultata utile ai fini della comprensione delle potenzialità di un vitigno che meriterebbe ben altra considerazione. Rimane da capire quanti produttori, specie tra quelli delle zone maggiormente vocate, avranno voglia di puntare sul Dolcetto cercando di valorizzarlo senza rincorrere esempi che – la storia parla chiaro a riguardo – non hanno fatto altro che mortificarlo e renderlo meno interessante. I modelli umani e produttivi da seguire, come si è visto, non mancano.

Articolo a cura di Marco Arturi.